A causa di un incendio nella stiva, un aereo precipita nell’Oceano Pacifico. In attesa dei soccorsi, i superstiti devono sopravvivere agli squali.
Non c’è molto altro da aggiungere. Il significato della pellicola è tutto qui. Dopo la lunga sequenza della discesa in picchiata del velivolo (frastuono, urla, corpi schiantati, sedili divelti e risucchiati nell’atmosfera), il film si svolge per intero nelle acque dell’oceano. Oceano dove la minaccia alla sopravvivenza dei malcapitati è quanto di più scontato si potesse inventare: l’arrivo degli squali. Scontato e stancamente ripetitivo: cos’altro ci si può attendere da un branco di predatori acquatici, se non una serie continua di attacchi al loro gradito pasto?
Se già i racconti di lotta per la sopravvivenza corrono il pericolo di essere poveri di significato, ancor più riesce ad esserlo l’esangue Deep Water, che fin dalla catastrofe in alta quota dimostra di essere unicamente e macabramente interessato al fracasso, alle grida di panico e di dolore, a sottoporre le sue comparse a qualche morte feroce. Le relazioni tra i personaggi sono disordinatamente abbozzate: l’unica cosa a importare davvero è la loro sofferenza.
E una volta a galla sull’acqua, il film riesce a superare sé stesso. Se il programma della prima parte è soltanto quello di provocare terrore, la seconda sceglie di servirsi di qualunque attrazione – non importa se da brivido o meno – che possa solleticare l’attenzione dello spettatore. Se inizialmente si può avere il dubbio che certe sinistre trovate siano soltanto involontariamente comiche, nella seconda metà lo sprezzo del ridicolo fa invece parte del piano.
Certi (prevedibilissimi) agguati degli squali colgono i personaggi così ingenuamente alla sprovvista da sembrare una barzelletta. E se ad essere trascinato sott’acqua è qualche insopportabile passeggero, capace solo di sdegnosa cafoneria verso chiunque, va da sé che la sua istantanea morte per sbranamento – dinanzi alla quale nessuno dei suoi compagni di sventura batte ciglio – non ha alcuna intenzione di farsi prendere sul serio. In fin dei conti, gli squali non spaventano nemmeno.
Né vero horror, né commedia nera, né altro. Solo un aggregato di rudimentali stratagemmi per mantenere desto il pubblico. Parole, azioni e situazioni che sembrano gettate alla rinfusa sulla carta, sulla pagina bianca della sceneggiatura, per far sì che l’arbitrario assemblaggio di adrenalina, gag e gusto per l’orrido raggiunga un congruo minutaggio. Non c’è alcuna storia: l’obiettivo è innanzitutto far sì che l’acqua si colori di sangue il maggior numero di volte possibile.
Funge da ulteriore e scadente calamita per l’uditorio il generoso – noncurantemente fasullo – profluvio di emozionanti dialoghi prefabbricati. Ora i personaggi si sostengono a vicenda tra le lacrime, come esseri umani di nobile e tragica statura, come se la comune sventura avesse saldato tra loro legami insospettabilmente intimi e tenaci: poco importa che si conoscano a malapena. Ora invece si accapigliano tra di loro, talvolta scambiandosi futili e gratuiti sarcasmi (anche al cospetto della morte): antagonismi senza né capo né coda.
Quanto al protagonista – l’assistente pilota Ben, costretto a prendere il comando dei dispersi dopo la morte del capitano del velivolo –, la sua nuova leadership non comporta in lui nessun cambiamento, nessun obbligo a diventare un uomo diverso da prima: si tratta solo di non cadere in acqua tra le fauci del mostro. Nulla comunque impedisce agli autori di far sì che Ben si getti volontariamente in mare, per tentare un assurdo salvataggio a nuoto: bisogna pur dare agli squali l’occasione di sferrare l’ennesimo attacco. Il film deve pur procedere in qualche modo. E bisogna pur stupire lo spettatore con qualche cosa: ad esempio con una sequenza di pseudo-eroismo.
E pur di concedere agli squali l’ultimo, acrobatico balzo fuori dall’acqua, il trionfo del più truce degli squartamenti visti fino a quel momento, il film non si fa scrupolo di inscenare gesti ancora più sconsiderati di quello di Ben: così lo splatter può continuare a incedere in forza dell’imbecillità umana.
In sintesi, Deep Water tratta di squali che mangiano uomini, i quali dicono e fanno cose. Comunque vada a finire, a vincere la gara d’intelligenza sono i primi.
Marco Maderna
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