L’informatico Daniel Kellner sottrae dei file che provano la presenza degli alieni sulla Terra, occultata per decenni dall’agenzia segreta Wardex. Mentre Daniel è braccato assieme alla fidanzata Jane, uno strano fenomeno ha luogo nel corso di una diretta tv: la meteorologa Margaret Fairchild inizia, inconsapevole, ad articolare sinistri rantoli in una lingua ignota, mettendo in allarme la Wardex. È solo l’inizio di una battaglia per impedire che l’esistenza degli extraterrestri sia resa pubblica.
Disclosure Day esordisce in medias res, nel bel mezzo della serrata rincorsa al (presunto) criminale Daniel. La sua fuga e quella di Margaret, anche lei ricercata suo malgrado, vengono abbinate all’epica di una potenziale rivelazione planetaria. Una formula in buona parte efficace, che non aveva alcun bisogno di certe sequenze d’azione smaccatamente sensazionalistiche.
È comunque probabile che a generare le reazioni più contrastanti sarà l’articolato impianto filosofico, che potrebbe affascinare alcuni e risultare ingombrante e pretestuoso ad altri. Gli fa da perno un dilemma: la presenza degli extraterrestri è bene svelarla oppure no? Certe scoperte non sono troppo dirompenti per non generare caos? E se – come in questo caso – avessero ricadute teologiche, non sarebbero ancora più deflagranti, specialmente in un pianeta – qual è quello di Disclosure Day – già sull’orlo della guerra? Oppure indurrebbero gli uomini a posare gli occhi sul mistero dell’esistenza, additando loro una comunanza di destino che oltrepassa i loro antagonismi terreni? Conoscenza e verità sono sempre e comunque un beneficio?
Sono domande cui fanno da corollario molte altre osservazioni, tra cui l’urgenza che l’umanità lacerata riscopra l’empatia, che sarebbe connaturata alla condivisione della verità. Eventuali scompigli sarebbero non un effetto collaterale della verità, ma della resistenza ad essa.
Tuttavia, l’ottimismo di Disclosure Day sembra arrivare al punto di ipotizzare il potere della verità di azzerare i conflitti all’istante: il che lascia l’impressione di un’ingenuità di fondo.
Non solo: se ci si lascia influenzare da alcune dichiarazioni rilasciate dal regista Steven Spielberg, incline a credere che gli alieni siano realmente tra noi, il film rischia di uscirne ulteriormente screditato. Si potrebbe infatti ricavarne che, oltre a trattarsi di una mera teoria cospirazionista (poteri occulti vogliono nasconderci gli extraterrestri), il suo bislacco messaggio sia: scoprire dell’esistenza degli alieni è la risposta alle crisi politiche del mondo. Lasciarsene sbalordire è la buona novella che l’umanità attende da sempre.
Ma il punto potrebbe non essere questo. L’umanità di Disclosure Day è sì in attesa di pace e di liberazione, ma non si tratta di attendersi la loro discesa in Terra a bordo di un UFO. Piuttosto, il film sembra additare la meraviglia quale fattore (anche politico) di comunione. Una comunione che tuttavia ha le sembianze di una magia istantanea.
Non solo: il compito di realizzare tale comunione è affidato – chi vedrà, capirà – alla televisione. Come se, perché la verità trionfi, fosse necessario scommettere sulla presenza di qualche intrepido alfiere dell’informazione, garante della verità vera, che divulghi quel che tutti gli altri celano. Come se tale alfiere non fosse capace di manipolazione a sua volta. Come se la ricerca della verità potesse essere ridotta al mero accesso al «giusto» canale di informazione.
Si potrebbe anche obiettare che, malgrado le intenzioni, in Disclosure Day non prevale la meraviglia, ma la suspence: della prima si parla più di quanto si riesca a farla vivere. Sì, i protagonisti Daniel e Margaret incarnano il tremante eppure affascinato stupore del bambino di fronte all’ombra dell’ignoto, che è uno dei marchi di fabbrica del cinema di Spielberg (di cui Disclosure Day è una sintesi, autocitazioni e abbondanza di riferimenti biblici inclusi).
Ma quello stesso stupore si sarebbe (forse) apprezzato meglio se la protagonista fosse stata Jane, quasi certamente il più affascinante tra i personaggi: ex novizia in crisi vocazionale, portavoce di molte delle domande di cui sopra, è la più scossa e intimamente coinvolta dalla scoperta degli alieni.
Il tassello centrale del complesso mosaico sembra infatti questo: non c’è scienza, teologia o persona comune che abbia ragione di temere la verità. Il timore è sintomo che si ha un potere da esercitare e da difendere: e quando questo accade, essere stupiti diventa un crimine. L’avversario più temuto dal potere? Lo stupore di un bambino.
Marco Maderna
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