XV secolo. Il principe Vladimir di Transilvania rinnega Dio dopo che la sua amata, la principessa Elizabeta, viene brutalmente uccisa dai soldati ottomani. Diventa così un vampiro e, convinto che prima o poi l’anima della donna si reincarnerà, trasforma diverse ragazze in vampire affinché lo aiutino a ritrovare la giovane, celata nel corpo di qualcun’altra. Dopo secoli di ricerche, finalmente la rintraccia, ma nel frattempo un sacerdote esorcista si è messo sulle sue tracce per dargli la caccia.
Come nel Dracula di Francis Ford Coppola (1992), anche in questa ennesima trasposizione dell’opera di Bram Stoker, il vampiro non è — come nell’immaginario comune — una creatura dannata e dedita al male, bensì un uomo sofferente, consumato da secoli di ricerca dell’amore perduto e diventato un mostro solo perché tradito dal Dio in cui confidava. E sebbene il principe Vlad non sia mai davvero un personaggio positivo (essendo spesso violento, manipolatore e capace di uccidere senza pietà), lo spettatore è dalla sua parte, poiché di fronte a un simile dolore la compassione sorge spontanea. La ragione di questo singolare capovolgimento, per cui siamo portati a tifare per il male, va ricercata nel valore simbolico di questo nuovo Conte: egli è l’immagine riflessa dell’uomo moderno in cui chiunque può specchiarsi. Il film si apre infatti con un patto tra Vlad e Dio: il principe promette la vittoria contro gli infedeli a patto che la principessa abbia salva la vita. L’uomo, dunque, non sceglie Dio per fede ma per calcolo, secondo il meccanismo del do ut des. E quando il patto viene disatteso, Vlad sceglie liberamente di separarsi dal sacro, autocondannandosi a un’eternità di tormento. In sintesi, il principe Vlad — proprio come l’uomo moderno — non è in grado di accettare la finitudine della propria esistenza, rimanendo vittima di un’ossessione che troppo spesso chiama, mentendo a sé stesso, amore o libertà fondamentale, trasformando così un presunto desiderio di eterno in una prigione di solitudine.
Il regista francese Luc Besson aggiunge un altro mostro buono alla sua filmografia. A ben guardare, molte delle sue opere — da Léon (1994) ad Arthur e il popolo dei Minimei (2006) — presentano caratteristiche ricorrenti che permettono di annoverarle nel genere della favola: moderna, certamente, a volte cupa, ma pur sempre favola. Alla base vi è costantemente un desiderio impossibile che muove il protagonista; a questo si aggiunge un elemento magico o soprannaturale, fondamentale all’eroe per portare a termine la propria missione. Infine, non manca mai la classica morale della favola: un messaggio chiaro, mai lasciato alla libera interpretazione dello spettatore. Dracula – L’amore perduto si inserisce perfettamente in questo filone. Il desiderio del principe Vlad di ricongiungersi all’amata diventa, secolo dopo secolo, l’espressione dell’impossibile. L’elemento magico del vampirismo, unito a un profumo seduttore, è lo strumento che permette al protagonista di perseguire la propria missione ma, cosa più importante, la morale che emerge dal finale ci ricorda che l’unica vera eternità risiede nell’accettare la caducità della vita umana come forma suprema di libertà e di amore.
Questa costruzione narrativa, in vero, sfocia in una sceneggiatura che di tanto in tanto scivola nel didascalico e che ha tante, forse troppe assonanze con il Dracula di Coppola. Tuttavia, la messinscena è certamente di forte impatto visivo: movimenti di macchina dinamici, quadri barocchi e una performance recitativa di tutto rispetto ci restituiscono un film godibile e interessante; almeno per chi non è sensibile alle troppe scene in cui il sangue scorre a fiumi.
Riccardo Galeazzi
Tag: 3 stelle, Orrore, Sentimentale