Emily e Jeff fanno visita al padre, che vive in solitudine tra boschi innevati, in qualche remota provincia d’America. A Dublino, le sorelle Lilith e Timothea bevono il tè a casa della madre, in occasione del loro ritrovo annuale. A Parigi, Billy e Skye, i cui genitori sono appena morti in un incidente aereo, rimettono piede nell’appartamento della loro infanzia, ripercorrendo le proprie memorie.
Father Mother Sister Brother è un film a episodi. Protagonista dei primi due – fatto non raro nella filmografia di Jim Jarmusch – è l’ingombrante imbarazzo che si materializza tra i parenti riuniti. Entrambe le famiglie sono il teatro del silenzio: o meglio, del non detto. Qualcosa insiste ad affiorare sulle labbra dei presenti, senza mai tradursi in parole. Il loro riserbo è così radicato, il loro esitare così ai limiti dell’eccentrico da far sorridere in più occasioni: ma allo spettatore è comunque richiesta l’impegnativa impresa di risalire al (possibile) significato recondito delle loro tentennanti battute, della micro-gestualità, degli oggetti calcolatamente disseminati in scena, della simbologia.
Nessuno osa essere sé stesso fino in fondo. Anzi, qualcuno possiede di fatto una doppia vita: se non una vera e propria identità segreta, quantomeno un versante di sé così riposto da essere sconosciuto anche a chi più gli dovrebbe essere intimo. Le visite e i raduni familiari sono ridotti ad un esangue rito a cui nessuno crede davvero: un obbligo da assolvere e nulla di più.
Se ne deduce che, per Jarmusch, la famiglia dovrebbe essere il primo spazio di libertà, dove non si dovrebbe aver timore di essere veri: ma, spesso, a regnare non è la prossimità, bensì la ritrosia. Anziché essere la prima e fondamentale compagnia, la famiglia può farsi essa stessa erogatrice di solitudine: non più una «famiglia», ma una semplice giustapposizione di individui (padre-madre-sorella-fratello, così come elencati nel titolo).
La famiglia è un tesoro prezioso ma fragile: è quanto si lascia intendere nel terzo segmento, i cui protagonisti (due gemelli) sono, al contrario degli altri, in confidenza e sostegno reciproco, privi di particolari reticenze. E tuttavia, scoperti alcuni retroscena della vita dei defunti genitori, si accorgono di non averli conosciuti per davvero. Fatto che, nonostante la benevolenza con cui sono stati cresciuti, contribuisce a farli sentire su un terreno malfermo: due figli che, pur già adulti, ancora stentano a scegliere la propria strada.
Buoni o cattivi che siano stati, in ciascuno dei tre capitoli i genitori sono volutamente anonimi: come se l’origine di Emily, Jeff, Lilith, Timothea, Billy e Skye si dissolvesse nell’ignoto.
Questo il nome dato al mondo in cui a Jeff ed Emily sembra di metter piede quando raggiungono la sperduta abitazione del padre. Di fatto, è la definizione che più d’uno darebbe della propria esistenza, nella quale si aggira come uno straniero o un attonito alieno, una creatura che ha l’impressione di trovarsi fuori posto; e che, forse, deve proprio a questo il suo cronico imbarazzo, unico compagno a sua disposizione in un mondo in cui la vicinanza ai propri simili è un sentimento raro.
Non che tale mondo venga descritto come un incubo: le sue sembianze (siano essi paesaggi naturali, scorci urbani o interni domestici) sono spesso incantevoli. E tuttavia, è un territorio pervaso di sotterranea amarezza: una coltre che – da sempre – Jim Jarmusch vede calare non solo sul Sogno Americano (rappresentato innanzitutto dalle sue amabili dimore di provincia), ma anche su altri popoli. Il canale di comunicazione tra esseri umani risulta interrotto ovunque.
Ma forse il grande Non Detto, l’innominabile presente, non è fatto soltanto di malinconia e disagio: ciascuno dei tre episodi è infatti introdotto da una breve sequenza di sfocate e danzanti luci colorate, accompagnate da righe e figure geometriche, opache o meno. Una composizione astratta di gemme preziose che aleggiano, che non svelano i loro esatti contorni; e che, tuttavia, pur immerse in una confusa nebbia, riescono a brillare, a contendere il terreno all’oscurità.
Ad aggirarsi nelle stanze di famiglia non è dunque soltanto l’incomoda presenza del malessere: Jarmusch sembra convinto che, da qualche parte, deve pur esserci un forziere nascosto. Uscirà mai allo scoperto?
Marco Maderna
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