Edu Serra è un giovane e promettente motociclista. Riottoso, caparbio e impaziente di approdare alla vittoria, viene licenziato dalla propria scuderia. Un’altra decide di scommettere su di lui, ma ad una condizione: che l’ingovernabile Edu si faccia allenare da suo padre, l’ex campione Antonio Belardi. Ma i due non si incontrano da anni. E hanno un amaro conto in sospeso.
Idoli ha il vantaggio di servirsi di sempreverdi archetipi: pilota e allenatore sono come padre e figlio (in questo caso letteralmente). Addestramento e gara sono metafora della vita in quanto battaglia. La disciplina e il sacrificio cui Edu si sottopone fanno del suo apprendistato un evidente cammino di crescita dall’istinto fanciullesco alla virtù: del resto, la sua esperienza nel motociclismo ha evidenti ricadute sulla vita intera.
Il rovescio della medaglia è che gli archetipi in quanto tali non sono certo garanzia di originalità: difatti, Idoli non è troppo dissimile da altri film ambientati nel mondo delle corse o dello sport. Se ne può comunque apprezzare lo sforzo di individuare uno specifico tema, sebbene non tutto si lasci facilmente ricondurre ad una morale unitaria. Molta è l’insistenza sulla presunzione di Edu: nient’altro che il sintomo di una malcelata insicurezza, incline a farsi distrarre dalle provocazioni e a nascondere i propri errori attribuendone la colpa al mondo intero.
E a suo padre: anche se il nesso è appena suggerito, sembra questa l’origine di tutto il suo livido e superbo sdegno. Ciononostante la guerra tra Edu e Antonio è perlopiù latente e pare risolversi con relativa facilità: che il motociclista abbia come allenatore l’odiato padre non produce alcun vero ostacolo alla riuscita della loro impresa.
Altrettanto vale per il pronosticato attrito tra Antonio e la giovane Luna, con cui Edu intrattiene una relazione. Antonio pretende da Edu una dedizione esclusiva al campionato (avere una ragazza rischia solo di drenare concentrazione e disciplina): ma in fin dei conti la sua intransigenza provoca soltanto momentanee – e forse un po’ pretestuose – incomprensioni, peraltro mettendo a tema un fattore estraneo alla vera radice dell’astio del figlio verso il genitore.
E scarso è l’impatto (nel bene o nel male) che la presenza di Luna ha sull’impresa agonistica di Edu. Lo ha solo emblematicamente: di professione tatuatrice, Luna imprime col suo inchiostro un marchio sulla pelle di lui, come una dama – altro archetipo – poserebbe una spada sulla spalla del suo cavaliere. Ma al di là della profondità dichiarata o simboleggiata, i fatti non sembrano giustificare l’intensità del loro reciproco coinvolgimento: tra loro, tutto sembra sbocciare da una generica simpatia, da un semplice invaghimento.
Troppo poco per una storia che vorrebbe far assaporare la febbricitante potenza (e la sofferenza) di una battaglia. I motori delle moto pulsano e rombano: la fiammante colonna sonora fa loro eco. I veicoli sfrecciano e ondeggiano lungo la pista: la regia ce ne fa assaporare la vertigine. A non tuonare – se non occasionalmente – è la storia stessa: storia che vorrebbe condurre Edu ad una fierezza più profonda dell’arroganza e del risentimento, ad una forza più autentica di un’esibita sicumera, di un’impotenza che cerca risposta in uno sfoggio di potere. I singoli passi del suo cammino sono perlopiù chiari, ma Idoli fatica a valorizzarne fino in fondo il riverbero.
Lo si dice quasi di sfuggita: si può gareggiare trainati dalla furia (verso qualcuno o verso il mondo intero), oppure poggiare la propria forza (e il proprio senno) sulla gratitudine nei confronti di chi ci sta accompagnando. Se la vita è una battaglia, si può combattere perché si ha di fronte qualcuno da odiare… o perché si ha alle spalle qualcuno da cui si è amati. Dei due motori, il secondo cavalca molto meglio.
Marco Maderna
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