Marsiglia, 1815. Dopo aver salvato una misteriosa ragazza durante un naufragio, il marinaio Edmond Dantès viene promosso per l’eroico gesto a comando della sua nave, soffiando il posto al capitano Danglars. Per ritorsione questi trama contro di lui, aiutato dal procuratore Villefort e da Fernand Mondego, segretamente innamorato della fidanzata di Edmond, facendolo accusare ingiustamente di essere un cospiratore bonapartista. Proprio quando è sull’altare per sposare la sua Mercedes, alcune guardie lo arrestano e lo rinchiudono nella prigione del castello d’If. Dopo quattordici lunghi anni l’uomo riesce ad evadere grazie all’aiuto di un altro detenuto, l’abate Faria, che prima di morire nelle segrete del castello gli rivela anche l’esistenza di un tesoro nascosto sull’isola di Montecristo. Una volta libero, dopo essersi appropriato dell’immensa ricchezza, l’uomo si mette sulle tracce dei traditori che lo hanno fatto imprigionare, fino a Parigi, dove sotto la falsa identità di “Conte di Montecristo” cercherà la sua vendetta…
Il film è la trasposizione cinematografica di uno dei più grandi classici della letteratura francese ed europea, presentata fuori concorso a Cannes e trasmessa direttamente nella televisione italiana da Mediaset, divisa in due puntate. Concentrare in un film di nemmeno tre ore tutte le vicende narrate in un romanzo di oltre mille pagine, sarebbe stata davvero impresa impossibile ed in effetti i due registi, che fin qui avevano diretto soprattutto commedie (ma erano stati sceneggiatori dei film con Vincent Cassel ed Eva Green su I tre moschettieri, l’altra grande opera di Dumas) ci sono andati giù pesanti con i tagli per accorciare il minutaggio – la versione televisiva della Rai in otto puntate, realizzata quasi in contemporanea, ha sicuramente più respiro da questo punto di vista – ma nonostante questo, alla fine si può dire che il risultato sia decisamente godibile.
Soprattutto colpisce per un’elevatissima velocità del racconto che procede per ellissi ad un ritmo davvero incalzante, senza lasciare un attimo di respiro ma chiedendo allo spettatore uno sforzo extra di attenzione. Ovviamente oltre all’inevitabile rimozione di intere linee narrative, sono state necessarie anche modifiche ed accorpamenti, dove talvolta le funzioni narrative svolte da più personaggi sono state unite in un singola figura, già presente nel romanzo o addirittura creata ex novo (è il caso ad esempio di Angele, la misteriosa ragazza che nella primissima scena Dantès salva dall’annegamento: oltre a rendere più drammatico ed avvincente l’innesco della storia, sostituisce almeno tre personaggi presenti nel romanzo, accelerando la narrazione).
A pagare però le conseguenze più significative dell’estrema asciugatura, è il finale, quasi completamente stravolto nelle svolte e nella struttura, ma nonostante questo (ed è probabilmente il più grande merito degli sceneggiatori) è rimasto intatto il senso profondo, a livello tematico, del testo originale. Anche qui infatti ci si interroga sulle differenze tra la giustizia umana e quella divina, su cui si regge il grande conflitto interiore del protagonista, anche se poi gli esiti e le risposte sono un po’ diversi.
Nel libro infatti Edmond Dantès è ed è convinto di essere (a parte qualche isolato dubbio nel finale) strumento e braccio “armato” della Provvidenza, mentre in questo film sembra lanciarsi fin da subito in una sfida dichiarata a Dio per avere la sua personale vendetta, e la fine trama psicologica intessuta dal conte per raggiungere l’agognata giustizia lascia più spazio ad azione e anche combattimenti. La figura quasi angelica e un po’ distante descritta nel romanzo, è quindi ridefinita in un personaggio più umano, altrettanto lucido nel pianificare la vendetta ma più impulsivo ed irruento e il contrappasso quasi dantesco, per cui alla fine l’accusatore viene accusato, il ladro derubato e il traditore tradito, viene raggiunto più con una forza di volontà a tratti eroica che con la fede, il grande motore narrativo del libro.
Gabriele Cheli
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