New York, vent’anni dopo. Riecco Andy, ormai giornalista affermata grazie alle sue inchieste. Più esperienza, sempre amabile e di spirito, ancora sensibile e genuina, allergica alle ingiustizie. Prova ne è il suo discorso indignato quando, nel ricevere un premio, denuncia l’improvviso licenziamento, suo e di tutti i colleghi della redazione, brutalmente comunicatole via messaggio su cellulare. La proprietà, ingolosita da una gigantesca detrazione fiscale, ha dismesso il giornale. Dunque, come già nel primo glorioso film, Andy deve cercare un lavoro. Che, come allora, arriva nel posto meno prevedibile: il fashion magazine Runway. Ciò significa tornare alla corte della dispotica ed esigentissima Miranda Priestley. Reincontrandone il fedele, generoso e disincantato art director Nigel. Ritrovando la quasi amica Emily, che però adesso ha una posizione di potere a Dior.
Alla fine, quello che conta, è amare il proprio lavoro, volendo bene alle persone con cui lo si fa. È questo il messaggio di un film vivace, che però non lascia granché.
La formula è quasi integralmente riproposta con brio. I fan del film originario ritrovano il sarcasmo di Miranda. I suoi momenti di competente intesa con Nigel. Le corse contro il tempo di Andy. Che anche qui riesce a fare l’impossibile stupendo il suo capo. E deve smontare trame ordite ai vertici dell’editoria di moda. Insomma, ci si lascia volentieri prendere dal gioco. Nel quale, però, ora manca qualcosa di essenziale. Che fa davvero la differenza. Perché si tratta di un elemento che dava al film d’esordio la sua profondità, rendendolo un mirabile connubio di leggerezza e maturità, una commedia davvero intelligente sulle vicende umane.
La lacuna è nella protagonista, che nel sequel non ha più da risolvere un dilemma esistenziale importante, tale da suscitare nel pubblico una partecipazione più radicale di quella accesa dalle deadline della rivista o dalla minaccia di manovre recondite. La Andy fresca di college, neoassunta a Runway, in quell’ambiente aveva fronteggiato la tentazione di integrarsi in un mondo di pazzi workaholici, per i quali il lavoro è più di una religione, e che non conoscono né affetti veri né stabilità. Avevamo palpitato per lei, seguito il suo travaglio e plaudito alla sua decisione per una vita bilanciata (il famoso lancio del cellulare nella fontana); una vita che si preannunciava realizzata anche e soprattutto fuori dalla carriera, improntata su relazioni durature e feconde che stava cercando di costruire.
Ebbene, come se tutto questo fosse passato invano, la Andy più adulta che ritroviamo ora è, in essenza, perfettamente omologata a quello stile di vita da cui tra mille peripezie era riuscita a sottrarsi. È infatti una donna totalmente votata alla carriera, lungo la quale, e probabilmente a causa della quale, ha avuto storie sentimentali mordi e fuggi, in nome della quale carriera ha addirittura fatto congelare gli ovuli per posticipare la maternità. Per di più, la protagonista sembra in pace con sé stessa rispetto alla questione. Il che significa che, siccome il film non introduce con sufficiente decisione altri temi (scrivere surrettiziamente un libro su Miranda, firmare pezzi per blandire gli inserzionisti alla fine sono cose secondarie e poco importanti) tutta la storia, pur scoppiettante, perde di peso, di pondus. Quando nel primo film Andy si lasciava col fidanzato alla vigilia delle sfilate di Parigi, c’era in ballo il tipo di persona che la giovane voleva diventare, un legame che poteva essere quello fondamentale. Qui, invece, quando la relazione con un ricco australiano ha una battuta di arresto, si prende tranquillamente atto della cosa, senza grandi patemi: un friend with benefits vale l’altro
Sì, certo, gli autori spostano l’obiettivo sulla questione del tempo che passa, a cui tutto, o quasi, deve arrendersi. La carta stampata è in declino, bisogna inseguire i clic su internet, non si può più spendere senza ritegno per un servizio fotografico. Soprattutto, l’avvicendamento generazionale in casa dell’editore mette il magazine a rischio di vendita, esposto alle “ristrutturazioni” e agli umori dei miliardari che oggi governano il mondo. La grande domanda diventa allora: riusciranno Andy e Miranda, questa volta davvero insieme, a salvare Runway? Milano, l’Accademia di Brera, il Cenacolo Vinciano, il lago di Como (oltre che gli americani Hamptons) – i luoghi dove i nodi della storia vengono al pettine – vedranno l’ennesima zampata della diabolica Miranda, che nel film abbiamo reincontrato in versione più fragile ed esposta?
Tutto attuale. Tutto divertente. Ma prende molto di meno, perché abbastanza accessorio rispetto al destino della protagonista, che è ormai purtroppo omologata al sistema. Né giova qualche scadimento nel ridicolo (Miranda che vola in classe economica…).
In assoluto, per fare un raffronto con operazioni simili in tempi recenti, se Top Gun: Maverick è un riuscitissimo sequel e il Gladiatore 2 molto meno, siamo suppergiù a metà strada.
Paolo Braga
Tag: 3 stelle, Commedia, Drammatico