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Marty Supreme


TITOLO ORIGINALE: Marty Supreme
REGISTA: Josh Safdie
SCENEGGIATORE: Ronald Bronstein, Josh Safdie
PAESE: USA
ANNO: 2025
DURATA: 150'
ATTORI: Timothée Chalamet, Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Géza Röhrig, Abel Ferrara
SCENE SENSIBILI: alcune scene a contenuto sessuale; riferimenti sessuali; alcune scene di violenza; sporadiche immagini cruente; turpiloquio
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Anni Cinquanta. Marty Mauser, giovane e povero commesso di un negozio di scarpe, è un asso mondiale del ping-pong. Ambizioso e tronfio come pochi, Marty subisce un’imbarazzante sconfitta da parte di un fuoriclasse giapponese. Cosa che il suo talento non può tollerare: urge una rivincita. Per ottenerla, Marty agisce come, da sempre, ritiene sia suo diritto: con la ruberia, l’imbroglio e l’arrampicamento sociale.

 

La vita è una scala

Ispirato alla vita del pongista Marty Reisman, Marty Supreme è un travolgente fiume in piena, una sorta di prolungato e frenetico match di ping-pong, combattuto a perdifiato. È l’instancabile rincorsa al successo di uno stravagante malandrino, pronto a cogliere al volo qualunque occasione; ad intrufolarsi senza remore nella vita di chiunque possa favorire la sua ascesa; a mentire, raggirare, accalappiare, truffare, rubare e sfruttare chiunque a proprio vantaggio, contro ogni pronostico e con spudoratezza rara.

A prima vista, nulla di umoristico. Anzi: alcuni potrebbero trovare Marty Mauser troppo spregevole per innamorarsi della sua vicenda. Spavaldo nello sport quanto nella vita, Marty non può permettersi di perdere: dalla vittoria dipende il rispetto per sé stesso. Il che fa del rispetto un premio in palio, un oggetto di competizione: ottenerlo significa toglierlo ad altri. Al mondo, c’è spazio solo per Marty Mauser: e il suo orgoglio è talmente spropositato, la sua sicumera così ipertrofica, da convincerlo che la vittoria gli sia sempre dovuta. Tutti gli devono tutto: Marty Mauser, invece, non deve niente a nessuno.

Nonostante tutto, il film non vuole essere né disperato né cinico, ma farsi beffe del cinismo: il suo protagonista è così sopra le righe, così spensierato nel realizzare le sue acrobatiche malefatte, da essere un buffo farabutto, un alter ego comico de Lo spaccone (1961) interpretato tempo fa da Paul Newman. Ad aggiungere spiritosa follia al racconto è la scoppiettante trama: due ore e trenta di inarrestabili duelli sportivi e scontri con forze dell’ordine, mondo del crimine e quant’altro, ritmate dal montaggio furente e dalla palpitante colonna sonora.

 

«Made in America»

Così recita una scritta impressa sotto al nome di Marty. Marty Supreme rientra infatti nel novero dei film dedicati al lato oscuro del Sogno Americano: cioè a personaggi che, oltre a ridurre la ricerca della felicità ad una mera caccia all’introito, al successo o alla reputazione, scelgono di perseguirla lungo la via della disonestà. Per non parlare della competitività, che spesso sfocia in un generale ed esagitato accapigliarsi per avere la meglio: a rendere il racconto febbrile sono anche le liti sonore e le risse, fino – e qui l’umorismo cessa – alla violenza vera e propria.

In effetti, Marty non è il solo a credersi in guerra contro il mondo intero: ma, nel suo caso specifico, si tratta di distinguere l’orgoglio vero da quello malsano. Superbia e arroganza non sono certo la strada giusta: ne è prova il paradossale auto-avvilimento in cui le sue stesse reazioni e i suoi stratagemmi lo trascinano, l’umiliazione cui arriva a sottostare in cambio della gloria sportiva.

Tuttavia, giunti al termine della sua parabola, si potrebbe sostenere che nulla in lui cambi per davvero. In fondo, la storia sembra evidenziare un tratto presente in lui fin dall’inizio: quando è al tavolo da ping-pong, Marty gioca corretto. Nella vita è truffaldino, ma la sua racchetta non bara.

 

Un uomo è (ri)nato?

Marty Supreme è un buon film, ma non è perfetto. Godibile (anche) per il suo registro scatenato e per l’originalità di alcune svolte narrative (ma non dell’insieme), tradisce carenze nel tema. Non ultimo per via della singolare sequenza dei titoli di testa: uno sciame di spermatozoi in corsa verso un ovulo. Immagine che sembra fare dell’intera vicenda una metaforica (ri)nascita, finendo però per ridursi a pura simbologia: anche unendo tutti i puntini, non c’è evento del racconto che autorizzi a parlare di un Marty rinascente.

A meno che non si voglia alludere al fatto che Marty farebbe bene a dirigere altrove la sua forsennata gara: ad esempio nel cogliere l’opportunità – che gli si offre – di investire la sua traboccante energia nel creare una famiglia. Di spendersi nel dare la vita, anziché nell’egotismo. Ma, anche in questo caso, i conti rischiano di non tornare.

Quel che è certo è che dove si narra dell’ambizione, lì è sottesa una domanda: a che serve guadagnare il mondo intero, se poi perdi te stesso?

 

 

Marco Maderna

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