Man Soo lavora da venticinque anni nella stessa azienda di carta. Quando la società viene rilevata da una nuova proprietà americana, l’uomo viene licenziato insieme a molti altri dipendenti. A casa promette alla moglie di trovare un altro lavoro dello stesso livello nel giro di pochi mesi ma presto realizza che non è così semplice. Dopo essere stati costretti a ridimensionare il proprio stile di vita per abbassare le spese, la grande occasione sembra presentarsi: Man Soo sostiene un colloquio per entrare in un’altra importante azienda cartaria, ma nemmeno lì viene selezionato. Stanco e disperato, gli viene la malsana idea di eliminare fisicamente gli altri candidati (solo quelli con un curriculum migliore del suo) e il titolare del posto di lavoro a cui ambisce. Si innesca così una incredibile concatenazione di equivoci, pasticci e tragici eventi…
Dopo il successo di Decision to leave, con cui aveva vinto il premio per la regia a Cannes, torna in sala Park Chan-wook, regista sudcoreano molto conosciuto e apprezzato in Europa (già premiato in Francia anche per Old Boy e Thirst) con un nuovo film, questa volta presentato in anteprima a Venezia 82.
No other choice è il secondo adattamento del romanzo The Ax dello scrittore americano D.E. Westlake, dopo quello diretto da Costa Gavras nel 2005 (in effetti tra i produttori del film coreano compaiono anche la moglie e il figlio del regista greco) che racconta la vicenda di un padre di famiglia alle prese con le conseguenze di un licenziamento in seguito ad una ristrutturazione aziendale.
Tutto il mondo è paese, verrebbe da dire guardando l’ultima fatica del regista coreano che attinge ancora una volta al bagaglio della letteratura occidentale – era già successo con Thirst e Mademoiselle – riadattando la storia di questo antieroe moderno ed ambientandola in Corea del Sud.
Al di là delle peculiarità del contesto asiatico, questa black comedy surreale e agghiacciante, un po’ thriller e decisamente pulp, è l’occasione per una riflessione sociale, ironica ed universale, sulla competizione nel mondo di lavoro e la spietatezza di certe logiche economiche a cui siamo purtroppo abituati, che seguono solo gli interessi aziendali trascurando invece quelli dei lavoratori. Niente di nuovo sotto il sole insomma.
Quel che invece è decisamente insolito e fuori dal comune è il modo con cui il tema viene messo in scena: oltre alla ricerca di una perfezione formale (nella costruzione delle inquadrature e nell’eleganza dei movimenti di macchina e dei passaggi di montaggio) lo stile registico, molto personale ed ironico, viene arricchito da alcune immancabili sequenze oniriche e da una buona dose di humor nero.
Questa volta, rispetto ad altri film, il regista indulge nell’ostentazione di immagini macabre o eccessivamente violente (deve comunque aver avuto problemi con i denti o con qualche dentista) una costante nella sua filmografia infarcita di storie di clamorose ingiustizie, troppo brutte per essere vere, con protagonisti disperatissimi e disposti a tutto per fare (e farsi) giustizia.
Il minutaggio è inevitabilmente gonfiato da questa ricchezza stilistica, se vogliamo ridondante, che tra feste in maschera ed agguati criminosi, ci propone un continuo parallelismo tra i propositi e i piani criminali dell’uomo, e le normali situazioni della vita famigliare e matrimoniale. Questo accostamento banalizza il male, lo svuota ironicamente del suo significato mortifero, normalizzando l’assurdo e alienando i personaggi (e forse anche il pubblico) che si aggirano come automi, fredde macchine in cerca di senso. Non a caso il film abbraccia anche il tema del progresso tecnologico sotto i cui colpi la natura soccombe (la scelta dell’industria cartaria non è un caso, la carta si ricava dagli alberi) con la macchina che alla fine prevale sull’uomo e la sua umanità.
La dicotomia tra questi poli opposti è talmente estrema che ad un certo punto sembra quasi di assistere a due film in uno: il primo, come detto, è una critica impegnata al mondo del lavoro e alle ingiustizie sociali, il secondo un’immersione introspettiva nell’abisso più nero della psiche umana, in una spirale che finisce per contaminare tutti i personaggi che rivelano, senza distinzioni di età e di sesso, una doppia faccia. Il messaggio è inequivocabile: la pace, la serenità e anche l’amore iniziali erano solo apparenti e il nuovo ordine nella vita famigliare creato dalle malefatte del protagonista alla fine fa comodo a tutti, fino al finale paradossale e angosciante, con il dubbio che incombe: è stato tutto inutile?
Gabriele Cheli
Tag: 3 stelle, Commedia, Film Coreani, Thriller