Parigi, 1959. Il ventinovenne critico Jean-Luc Godard, nonostante sia uno dei più prolifici redattori della rivista Cahiers du Cinema, è rimasto indietro rispetto ai suoi colleghi Truffaut, Chabrol, Rivette e Rohmer, ognuno dei quali ha almeno un film alle spalle. Grazie ad un soggetto dell’amico Truffaut e alla fiducia del produttore Georges de Beauregard, Godard, può finalmente esordire alla regia con i venti giorni di riprese del suo primo film Fino all’ultimo respiro. Il rapporto dialettico con i protagonisti Jean Paul Belmondo e Jean Seberg, le innovative idee di tecnica cinematografica, lo sconcerto del produttore per le bizzarre modalità di riprese… Attraverso l’eccentrico modo di girare di Godard veniamo introdotti nel clima irripetibile della Nouvelle Vague, il movimento cinematografico francese che rinnovò il cinema negli anni ‘60, conoscendone gli interpreti principali.
Il regista americano Linklater è da elogiare per l’accuratezza nella ricostruzione storica del periodo raccontato tanto che il suo film potrebbe dirsi un “romanzo-documentario”. È significativa la scelta di dotare ben 46 interpreti di un sottopancia con il nome del personaggio reale rappresentato alla prima comparsa sullo schermo. Siamo, dunque, consapevoli di una messa in scena sì, ma molto realistica, nonostante -o forse grazie a- il raffinato bianco e nero con cui il film è girato. Per seguire le riprese innovative di Fino all’ultimo respiro il regista americano affida la narrazione alla sua stessa capacità di sperimentare. Intervistato riguardo al fatto che Godard, rompendo un’infinità di regole della grammatica cinematografica precedente, in un certo senso impose l’idea che il cinema non debba avere regole, Linklater ha risposto: “Non rompi le regole per il gusto di rompere le regole, non è casuale. Lo fai per ottenere un risultato mai visto prima. Le storie sono sempre le stesse, il punto è come le racconti. La sceneggiatura è il come e la regia è, per il grosso, un problem solving di quel come”.
È bello vedere con questo sguardo attento da dietro la cinepresa il farsi del film secondo l’eccentrica e geniale visione di Godard, interpretato da un attore che oltre alla somiglianza fisica mette in campo una particolare prossemica adatta a riprodurre quella reale del cineasta francese. Divertenti sono le gag che si vanno creando fra i collaboratori di Godard e lui stesso, quando questi cercano di riportarlo alla normalità del girare come quando indicano un oggetto che deve rimanere in scena per rispettare un raccordo, o quando la segretaria di edizione segnala inascoltata uno scavalcamento di campo, o il direttore della fotografia un controluce totale.
Il film si realizza solo dopo che viene detto “motore”. Godard parla durante le riprese perché sa che doppierà tutto il film e si permette di suggerire le battute ai suoi attori mentre la scena si sta girando senza che abbiano potuto impararle in precedenza sul copione… Infine, anche in post produzione quando alle due montatrici attonite Godard chiede di tagliare le scene “internamente” è consapevole di star facendo qualcosa di totalmente nuovo.
Focalizzandosi sul film d’esordio di Jean-Luc Godard Fino all’ultimo respiro il regista Linklater ha la dichiarata intenzione di farci respirare l’atmosfera di tutto il movimento della Nouvelle Vague, che a buon diritto considera il periodo forse più rivoluzionario della storia del cinema. Ecco allora il perché della volontà di includere quanti più personaggi realmente esistiti nel proprio film. Non manca proprio nessuno se non André Bazin, uno dei fondatori della rivista dei Cahiers du Cinema, morto poco prima dei fatti narrati. Vediamo il trionfo de I quattrocento colpi di Truffaut a Cannes, la consegna del premio nella redazione dei Cahiers a Roberto Rossellini. Durante le riprese del suo film Godard è a colloquio con i celebri colleghi Jean-Pierre Melville e Robert Bresson.
Anche gli attori principali, Jean Paul Belmondo e Jean Seberg, vedranno ripagato il loro coraggio di affidarsi all’esordiente Godard divenendo icone per tutta la Nouvelle Vague e, attraversando l’Oceano, star anche in America.
Raccontare la lavorazione di Fino all’ultimo respiro è, in ultima istanza, un atto d’amore nei confronti di tutto il cinema, una narrazione che non tralascia di evidenziare anche le difficoltà – pensiamo al rapporto di amore e odio fra il regista e il produttore- ma che fondamentalmente inneggia alla libertà della settima arte, mettendone in evidenza tutta la potenzialità creativa. La dimensione quasi documentaristica lo rende un film molto interessante per chi vuole conoscere uno snodo cruciale della storia del cinema, ma meno appassionante, forse anche un po’ poco coinvolgente, per chi cerca una storia che semplicemente emozioni toccando temi universali.
Giovanni Capetta
Tag: 3 stelle, Commedia, Film Francesi