In un mondo distopico, gli esseri umani hanno scoperto che, rinunciando a sognare, è possibile vivere in eterno. Coloro che si ostinano a restare sognatori – pagandone il prezzo con la consunzione – vengono definiti «Deliranti». Una donna rintraccia un Delirante nascosto in un sogno particolare: il cinema. Introdottasi nel suo mondo, scopre all’interno del suo ormai esangue corpo un proiettore. Mossa a compassione, la donna riavvolge il nastro: in questo modo, mentre accompagna il Delirante alla morte, gli concede di rivivere le molte vite da lui trascorse nel multiverso onirico dei film. Un sogno lungo cent’anni.
Resurrection è un’opera oltremodo fantasiosa e schiettamente intellettuale: un reticolo di simboli e di riferimenti cinematografici e culturali che è impossibile riconoscere e decifrare in un’unica visione. È anzi lecito supporre che il film voglia essere deliberatamente criptico: non soltanto nel contenuto, ma perfino nella composizione di certe immagini.
È quanto accade, ad esempio, nella seconda delle cinque sezioni in cui è suddiviso il centenario sogno del Delirante. Ciascun segmento è innanzitutto (ma non soltanto) un omaggio ad una o più stagioni della storia del cinema, delle quali – con sorvegliata raffinatezza – si riproducono gli stilemi. Se il primo episodio è dedicato all’epoca del muto, il secondo, immerso in un’oscura penombra su imitazione del noir, è quello in cui si concentra buona parte delle inquadrature e dei punti di vista più eccentrici, fantasmagorici e stranianti, dove non tutto è immediatamente distinguibile o riconoscibile.
Meglio rinunciare allo sforzo di comprendere ogni cosa: anche lo spettatore più penetrante, più colto o più cinefilo rischia di uscirne esausto, tanto occorre essere straordinariamente concentrati e attivi nell’interpretare.
Non che Resurrection – a dispetto del «Delirante» con cui la traduzione italiana designa il suo protagonista – sia un film sconclusionato: non sembra infatti sprovvisto di una sua logica profonda. Semmai, il suo primo invito potrebbe essere quello di abbandonarsi al flusso onirico del racconto, a ripercorrere in compagnia del Delirante cent’anni di storia del cinema del Novecento: un procedere di fase in fase, (quasi) senza soluzione di continuità. Proprio come nei sogni, capaci di trasfigurare i loro stravaganti scenari anche in un solo istante.
A temperare (in parte) la concettosità e il profluvio di simboli è l’episodio iniziale, dedicato al cinema muto. Qui il Delirante, consumato dal suo inguaribile e stremato sognare, ha assunto le sembianze deformi e cadaveriche del vampiro Nosferatu (celebre personaggio di un omonimo film tedesco del 1922). E il sentimento prevalente della donna, giunta a stanarlo, è una commossa pietà: sembra di essere dinanzi al bruto e alla bella di una tenera fiaba, in cui la seconda si adopera per scoprire quale dolente ed esasperata nostalgia abbia mai intrappolato quell’essere mostruoso nel suo immaginifico cosmo. E nella sua anima nascosta rinviene – bizzarro ritrovamento – un proiettore.
In altre parole, Resurrection vuole meditare sulla ragion d’essere dell’esperienza cinematografica, sulla misteriosa attrattiva che da oltre un secolo conduce il pubblico in sala. Pubblico che il film giunge a interrogare direttamente: tant’è vero che la sequenza inaugurale dell’intero film mostra degli spettatori in sala rivolgere il loro sguardo proprio a noi, seduti su poltrone del tutto simili alle loro. Prima ancora che essere noi a guardare il film, è il film a osservare noi.
Tuttavia Resurrection racconta il cinema – o forse un certo cinema? – come un’epoca ormai tramontata. Difatti, nonostante la resurrezione racchiusa nel titolo, l’opera parla il linguaggio dell’elegia, del rimpianto di un’arte che fu. Un’esortazione a farla rivivere, a non lasciare che si estingua? A non barattare la sublime facoltà di sognare dei Deliranti col quieto sopravvivere del resto dell’umanità? O forse si sta cercando di dire che quell’incantevole sogno che è stato il cinema ha ormai esaurito le sue possibilità, pronto a cedere il posto a qualcosa di nuovo? Questo ed altri possono essere gli argomenti di interpretazione e di dibattito.
Si potrebbe anche sospettare che Bi Gan, regista e sceneggiatore, abbia voluto – almeno in parte – fare puro sfoggio di una sofisticata riflessione teorica, della sua magistrale padronanza di diversi stili di regia. Può darsi che sia così.
Resta ugualmente aperta una domanda: perché entriamo in sala? Cosa cerchiamo in quello schermo luminoso?
Marco Maderna
Tag: 3 stelle, Fantascienza, film cinesi