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Resurrection


TITOLO ORIGINALE: Kuángyě shídài
REGISTA: Bi Gan
SCENEGGIATORE: Bi Gan, Zhai Xiaohui
PAESE: Cina, Francia
ANNO: 2025
DURATA: 156'
ATTORI: Jackson Yee, Shu Qi, Mark Chao, Li Gengxi, Huang Jue
SCENE SENSIBILI: violenza diffusa, anche cruenta; due brevi sequenze di tortura
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In un mondo distopico, gli esseri umani hanno scoperto che, rinunciando a sognare, è possibile vivere in eterno. Coloro che si ostinano a restare sognatori – pagandone il prezzo con la consunzione – vengono definiti «Deliranti». Una donna rintraccia un Delirante nascosto in un sogno particolare: il cinema. Introdottasi nel suo mondo, scopre all’interno del suo ormai esangue corpo un proiettore. Mossa a compassione, la donna riavvolge il nastro: in questo modo, mentre accompagna il Delirante alla morte, gli concede di rivivere le molte vite da lui trascorse nel multiverso onirico dei film. Un sogno lungo cent’anni.

 

Una monumentale meditazione metacinematografica

Resurrection è un’opera oltremodo fantasiosa e schiettamente intellettuale: un reticolo di simboli e di riferimenti cinematografici e culturali che è impossibile riconoscere e decifrare in un’unica visione. È anzi lecito supporre che il film voglia essere deliberatamente criptico: non soltanto nel contenuto, ma perfino nella composizione di certe immagini.

È quanto accade, ad esempio, nella seconda delle cinque sezioni in cui è suddiviso il centenario sogno del Delirante. Ciascun segmento è innanzitutto (ma non soltanto) un omaggio ad una o più stagioni della storia del cinema, delle quali – con sorvegliata raffinatezza – si riproducono gli stilemi. Se il primo episodio è dedicato all’epoca del muto, il secondo, immerso in un’oscura penombra su imitazione del noir, è quello in cui si concentra buona parte delle inquadrature e dei punti di vista più eccentrici, fantasmagorici e stranianti, dove non tutto è immediatamente distinguibile o riconoscibile.

Meglio rinunciare allo sforzo di comprendere ogni cosa: anche lo spettatore più penetrante, più colto o più cinefilo rischia di uscirne esausto, tanto occorre essere straordinariamente concentrati e attivi nell’interpretare.

 

Seguire il flusso onirico

Non che Resurrection – a dispetto del «Delirante» con cui la traduzione italiana designa il suo protagonista – sia un film sconclusionato: non sembra infatti sprovvisto di una sua logica profonda. Semmai, il suo primo invito potrebbe essere quello di abbandonarsi al flusso onirico del racconto, a ripercorrere in compagnia del Delirante cent’anni di storia del cinema del Novecento: un procedere di fase in fase, (quasi) senza soluzione di continuità. Proprio come nei sogni, capaci di trasfigurare i loro stravaganti scenari anche in un solo istante.

A temperare (in parte) la concettosità e il profluvio di simboli è l’episodio iniziale, dedicato al cinema muto. Qui il Delirante, consumato dal suo inguaribile e stremato sognare, ha assunto le sembianze deformi e cadaveriche del vampiro Nosferatu (celebre personaggio di un omonimo film tedesco del 1922). E il sentimento prevalente della donna, giunta a stanarlo, è una commossa pietà: sembra di essere dinanzi al bruto e alla bella di una tenera fiaba, in cui la seconda si adopera per scoprire quale dolente ed esasperata nostalgia abbia mai intrappolato quell’essere mostruoso nel suo immaginifico cosmo. E nella sua anima nascosta rinviene – bizzarro ritrovamento – un proiettore.

 

Un film che ci guarda

In altre parole, Resurrection vuole meditare sulla ragion d’essere dell’esperienza cinematografica, sulla misteriosa attrattiva che da oltre un secolo conduce il pubblico in sala. Pubblico che il film giunge a interrogare direttamente: tant’è vero che la sequenza inaugurale dell’intero film mostra degli spettatori in sala rivolgere il loro sguardo proprio a noi, seduti su poltrone del tutto simili alle loro. Prima ancora che essere noi a guardare il film, è il film a osservare noi.

Tuttavia Resurrection racconta il cinema – o forse un certo cinema? – come un’epoca ormai tramontata. Difatti, nonostante la resurrezione racchiusa nel titolo, l’opera parla il linguaggio dell’elegia, del rimpianto di un’arte che fu. Un’esortazione a farla rivivere, a non lasciare che si estingua? A non barattare la sublime facoltà di sognare dei Deliranti col quieto sopravvivere del resto dell’umanità? O forse si sta cercando di dire che quell’incantevole sogno che è stato il cinema ha ormai esaurito le sue possibilità, pronto a cedere il posto a qualcosa di nuovo? Questo ed altri possono essere gli argomenti di interpretazione e di dibattito.

Si potrebbe anche sospettare che Bi Gan, regista e sceneggiatore, abbia voluto – almeno in parte – fare puro sfoggio di una sofisticata riflessione teorica, della sua magistrale padronanza di diversi stili di regia. Può darsi che sia così.

Resta ugualmente aperta una domanda: perché entriamo in sala? Cosa cerchiamo in quello schermo luminoso?

 

Marco Maderna

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