Una pandemia ha decimato la popolazione mondiale e frantumato la società civile in gruppi armati rivali. Il giovane e vedovo Hig vive tra le montagne del Colorado, in compagnia del fedele cane Jasper e del rude Bangley. Abituato a sorvolare le lande a bordo di un piccolo monoplano, Hig è in cerca di qualcosa o qualcuno che gli apra un orizzonte al di là della mera sopravvivenza.
Basato sul romanzo Le stelle del cane (2012) di Peter Heller, The Dog Stars non è una storia a tutti gli effetti. Il suo (non nuovo) mondo post-apocalittico – popolato di esseri umani ridotti a famelici saccheggiatori, a predatori dei propri simili – può far presagire un film gremito di sequenze d’azione. In verità, la guerriglia è perlopiù occasionale. Sono invece numerose le analogie – che qualcuno noterà – col romanzo La strada (2006) di Cormac McCarthy; analogie che contribuiscono a farne una meditazione esistenziale.
Nella desolazione post-pandemica, il gran dispiego di contemplative e malinconiche vedute aeree parla di una speranza flebile, ma non estinta. Anzi: la pellicola sembra interessata a trattarne proprio la strana, indomabile ostinazione. Come se l’essere umano fosse predisposto – a dispetto di qualunque trauma, amarezza o delusione – ad ospitare dentro di sé un motore che non è in suo potere spegnere. Un motore ben rappresentato da Hig e dal suo aeroplano.
Volare è inevitabile, anche quando tutto scoraggia a farlo. Se il suo compare Bangley sogna una comoda autosufficienza, per Hig una vita senza orizzonte è una contraddizione in termini. The Dog Stars non racconta una storia: semmai, dell’insopprimibile spinta a tentare di (ri)scriverne una.
L’alternativa è la mera sopravvivenza, che a volte si traduce in quieto vivere (come quello professato da Bangley), a volte in un’autentica regressione alla legge della giungla. The Dog Stars mostra una diversificata gamma di possibili reazioni alla catastrofe planetaria: da una comunità di mennoniti protesa a custodire un’oasi di fratellanza, fino a gruppi dediti alla furia più cieca, alla sopraffazione più follemente truce. Una continua alternanza di poesia e orrore: c’è chi preserva la propria umanità e chi no. Chi tenta di edificare una civiltà nuova e chi vi rinuncia fino a infestarne le fondamenta.
Si tratta di un mosaico di microsocietà che, prima ancora che rappresentare simbolicamente il mondo intero, è un chiaro riferimento alla variegata composizione della società americana. Se ne deduce che il film ne consideri necessaria la ripartenza: e da dove ritenga che valga la pena ricominciare, quale sia il novero di ciò che di meglio (o di peggio) il popolo americano ha saputo generare, è agevolmente intuibile.
In ogni caso, chi avesse la sensazione che il film non approdi ad una vera conclusione, non sbaglierebbe ad averla. The Dog Stars è soltanto il principio di una rinascita, il primo disgelo, il tentennante primo passo di un’anima ancora ingombrata dal lutto. È lo schizzo preliminare di una possibile nuova storia: se considerato in questo modo, il film acquista una propria logica interna. Altrimenti è probabile che lasci delusi, che appaia financo sconclusionato.
Probabilmente non lo è: più che di un’opera narrativa, si tratta di una lirica di fragili sentimenti. Tra i quali ne emerge uno, sommesso ma tenace: l’inesorabile spinta a cercare, come una forza della natura, tanto più destinata a fuoriuscire con evidenza quanto più il mondo attorno è (letteralmente) raso al suolo. Un impulso alla vita – non alla sopravvivenza: alla vita – non meno primordiale del paesaggio che lo circonda, degli istinti predatori cui alcuni scelgono di abbandonarsi.
Quel che The Dog Stars sembra voler fare uscire allo scoperto è proprio la stoffa profonda dell’essere umano, quel che di lui resta quando attorno non gli è rimasto nulla. Siamo fatti per la bestialità? Per un placido recinto? O per una ricerca senza posa?
Marco Maderna
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