Woody, il cowboy giocattolo che abbiamo conosciuto nei film precedenti, non è più parte del gruppo di giocattoli della piccola Bonnie, che continua a divertirsi con la cowgirl Jessie, l’astronauta Buzz, il cavallo Bullseye e il resto della combriccola. Ma Bonnie non riesce a spiegarsi come mai nessuno voglia essere suo amico. Jessie scopre la ragione: ormai il mondo dei piccoli – e così quello degli adulti – si è ridotto ai ristretti ed estranianti confini di uno schermo. Perché Bonnie si senta meno esclusa dai coetanei, i genitori le acquistano il tablet Lilypad, che prende subito il controllo della vita della bambina, risucchiandone l’attenzione. Messi all’angolo, Jessie e compagni dichiarano guerra a Lilypad: ma come fermarne lo scaltrissimo software?
Protagonista del quinto capitolo della saga non è Woody (comunque presente nel racconto), bensì l’esuberante e impetuosa cowgirl Jessie. Ma nulla del marchio di fabbrica di Toy Story è andato smarrito, a partire dai giocattoli quale chiave d’accesso al mondo interiore dell’infanzia: chiamati ad interpretare i protagonisti di sensazionali avventure ed epiche battaglie contro perfidissimi malfattori, Jessie e compagni sono lo strumento con cui un bambino può mettere in scena sé stesso, i suoi più o meno reconditi sogni, i fantasmi contro cui si allena a trionfare.
E come sempre, il loro più grande timore è che l’intima amicizia che li lega al loro piccolo proprietario abbia fine; di diventare obsoleti ai suoi occhi. Stavolta, a minacciarli è la concorrenza dei dispositivi elettronici: Toy Story 5 sceglie di far suo il dibattito sull’esposizione incontrollata agli schermi, sulla riduzione delle interazioni col mondo esterno, su un’attività cerebrale ridotta alla mera esecuzione di input, a detrimento dello sviluppo della fantasia e di infinite altre doti.
E forse non poteva esserci film più adatto: chi meglio di Jessie e amici può comprendere l’abissale differenza tra un’infanzia fiorita nel gioco ed una depauperata da un display? La nuova arrivata Lilypad non fa che drenare energie alla piccola Bonnie. Promette di essere un rimedio alla sua mancanza di amicizie, ma in realtà offre soltanto omologazione – tutti i bambini hanno un tablet – e ulteriore atomizzazione: oltre al danno, la beffa. Ammesso che i bambini si incontrino, non si guardano negli occhi, ciascuno ipnotizzato dal proprio schermo.
Toy Story 5 addita dunque un tranello: quello di dotare il proprio figlio di un dispositivo perché non resti escluso, col risultato di averlo soltanto messo in pari con l’ultima (esiziale) moda, ansioso di rincorrerla per non sentirsi più ai margini. Che fine hanno fatto le grandi storie scritte assieme alle proprie cowgirl, ai loro fedeli destrieri di pezza, agli intrepidi agenti spaziali armati di laser e a tutta la loro stravagante comitiva? Perché non servirsi di loro per fare incontrare i bambini?
Il film vuole forse sostenere che la tecnologia è da rottamare? No: i suoi vantaggi sono incontestabili. Si tratta di non utilizzarla come scorciatoia, di non chiederle di risolvere quel che non può, di supplire a quanto solamente una persona in spirito, carne ed ossa è in grado di realizzare. Altrimenti sarà lei a usare noi e non viceversa.
Una nuova stagione ha dunque inizio nell’esistenza dell’inseparabile squadra di giocattoli: mai il loro destino di dediti accompagnatori dell’infanzia sembra essere stato sfidato come questa volta. A ben 31 anni dal suo esordio (1995), la saga di Toy Story gode ancora di buona salute: oltre ad aver trovato un’ulteriore variazione sul suo trentennale tema, il quinto capitolo riesce ad intessere un’altra spericolata e battagliera trama. È probabile che, in un’ipotetica classifica tra i cinque episodi, non meriti il primo posto: ma che riesca a reggere più che dignitosamente il confronto coi predecessori è già un encomiabile traguardo.
E se il film si adatta bene al pubblico di ogni età, non è soltanto per l’evidente richiamo educativo rivolto agli adulti. Da sempre, Toy Story racconta di cambi d’epoca, personali o collettivi, ingiungendo ai suoi protagonisti di farvi ciclicamente i conti. Voltare pagina è un’esperienza che prima o poi si impone a tutti: ma il film suggerisce quanto questo non sia sinonimo di cancellazione.
E certi vissuti, per quanto brevi e lontani nel tempo, possono avere un significato tale da fare la differenza – silenziosamente e contro ogni pronostico – nella vita di domani. Certe memorie fanno capolino nei modi più strani.
Ci sono stagioni che non sono fatte per tornare. Ma il loro ruolo non è quello di farsi rimpiangere: semmai, di farsi ringraziare per averci segnato.
Marco Maderna
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