Senza avvertire il marito Joe, Angela allestisce una sontuosa cena per i vicini del piano di sopra, la spagnola Piña e il suo compagno Hawk. Angela è ansiosa di fare un’ottima impressione e di conquistarsi due nuovi amici. Joe invece non li sopporta, per via del baccano notturno dovuto ai loro focosi rapporti sessuali. Il palpabile attrito tra i coniugi, peraltro di lunga data, non sfugge ai loro due ospiti. L’aria è irrespirabile. Qualcosa è sul punto di esplodere.
Remake dello spagnolo Sentimental (2020), a sua volta adattamento dell’opera teatrale Los vecinos de arriba, The Invite è una – non nuova – discesa nei meandri di una claustrofobica polveriera domestica, dove frustrazione repressa, conti in sospeso e segreti incautamente resi pubblici rischiano di trasformare un amichevole salotto in un feroce massacro verbale. Numerosi i possibili raffronti con opere analoghe, cinematografiche e non: tra le altre, Chi ha paura di Virginia Woolf? (1966). Numerosi anche i riferimenti al cinema d’autore, tra cui Woody Allen e Ingmar Bergman.
Nel tracciare la sua lunga spirale di esasperazione, The Invite tradisce a volte la mano degli autori, in cerca di occasioni di conflitto sempre nuove, preoccupati di mantenere incandescenti le relazioni. Qualcuno potrebbe esserne entusiasmato; qualcun altro potrebbe trovarlo un gioco pretestuoso e stancamente ripetitivo. Può infatti sembrare di assistere ad una sequenza di torbide rivelazioni senza vero criterio, senza tema unificante: l’oggetto del contendere muta più volte, come se ad ogni nuovo scheletro nell’armadio avesse inizio una nuova storia.
Può darsi tuttavia che la materia venga fatta slittare più volte per segnalarne la natura sfuggente: quello di cui Angela, Joe, Piña e Hawk stanno davvero parlando non è mai quello che sembra. Sotterraneamente, la vera traiettoria di The Invite è un’altra.
In effetti, quel che gli eterni litiganti Angela e Joe vogliono davvero è un segreto per loro stessi: non a caso, il racconto assume progressivamente le sembianze di una lunga sessione di psicoterapia, di un groviglio che – forse – difetta di una direzione univoca proprio perché non riesce ancora a farsi storia. Il finale dimostra di rispondere ad una logica: retrospettivamente, ogni tassello potrebbe trovare il suo posto.
Il condizionale è comunque d’obbligo: ad essere certo – l’esordio si premura di dettagliarlo – è che Angela e Joe sono infelici. Tra di loro fluiscono molte parole, ma l’ascolto scarseggia: ciascuno è impegnato ad attrarre l’attenzione su di sé, sul proprio malessere, la propria ansia, la propria inconfessata amarezza. L’appartamento è uno, ma i due non si incontrano mai: la regia si serve di porte e stipiti per evidenziare il confine che li distanzia. O di specchi che ne sdoppiano l’immagine, segno di una seconda identità sepolta.
Quanto al successivo girovagare del racconto, servendosi del più ingombrante degli elefanti nella stanza (i chiassosi amplessi di Piña e Hawk), The Invite si addentra in una prolungata disquisizione sul sesso. L’esplicito e freudiano punto d’arrivo sembra essere che ogni sofferenza interiore è l’esito di un desiderio sessuale rimosso; senonché il finale approda altrove. Dunque la disamina sessuale era solo un diversivo? O serviva a illustrare dove la guarigione non va cercata? O altro ancora?
Non aiuta a far chiarezza nemmeno la comparsa, in apertura del film, di una citazione di Oscar Wilde: «Si dovrebbe essere sempre innamorati. Ecco perché non bisognerebbe mai sposarsi». The Invite parla sì di vita di coppia, mette sì in luce il divario tra il passato innamoramento di Angela e Joe e la loro condizione attuale, ma non esprime giudizi sul matrimonio in quanto tale. Casomai, il suo sinuoso tragitto conduce alla faticosa riconquista della sincerità con sé stessi, quale via maestra allo scioglimento di ogni crisi.
Non solo: tra i molti risvolti che possono comunque innescare qualche benefica riflessione, The Invite suggerisce un modo particolare d’intendere la fine di una relazione. Riconoscersi al capolinea non significa necessariamente cercare un altro partner: significa ammettere che la propria coppia, così com’è stata edificata fino a quel momento, si è cacciata in un vicolo cieco. In tal senso, si può ben affermare che la coppia è giunta alla sua fine: le occorre infatti un rapporto nuovo, che non può e non dev’essere la mera riparazione del precedente. Tutto questo però non combacia granché con le parole di Wilde.
A combaciare meglio con la storia nel suo insieme è qualcos’altro: dove c’è sintomo di malessere, lì c’è una verità in cerca di ascolto. Tendile l’orecchio: sarà la tua liberazione.
Marco Maderna
Tag: 3 stelle, Commedia, Drammatico, Sentimentale