Digger Rockwell è un anziano e malandato magnate del petrolio. Un allarme gli giunge dalla Groenlandia: le sue avide trivellazioni hanno provocato il distacco di una gigantesca piattaforma di ghiaccio dall’isola. La Casa Bianca è nel panico: in tre giorni, l’immensa massa galleggiante potrebbe schiantarsi contro il fondale marino della Norvegia, innalzando uno tsunami che sommergerà le coste dell’intero Mare del Nord.
Come altri film scritti e diretti da Iñárritu, il burlesco Digger è un’opera perlopiù concettuale: esigente nella migliore delle ipotesi, disorientante nella peggiore.
Ritirato nel perimetro della sua eccentrica dimora, tanto elegante quanto artefatta e avulsa dal mondo esterno, Digger Rockwell somiglia al Charles Foster Kane di Quarto potere (1941): un imprenditore di successo planetario, isolato in un castello, in un mondo edificato a propria immagine e somiglianza, dove è vietato anche solo dare risposte che deludano le sue attese.
Un tronfio, goffo e decadente omuncolo, di cui il film – così come delle autorità politiche e di altre illustri cariche – si fa impietose beffe. In questo, l’evidente modello è Il dottor Stranamore (1964): se là uno sprovveduto staff presidenziale tremava dinanzi all’imminente distruzione atomica del pianeta, qui è un enorme corpo di ghiaccio ad essere in rotta di collisione. In entrambi i casi, si irride l’irresponsabilità di chi si dota di congegni in grado di annientare il pianeta, per poi reagire sgomento alla catastrofe.
Nonostante le scoperte allusioni all’attualità – la Groenlandia causa di un incidente diplomatico tra Europa e Stati Uniti –, la satira di Digger dichiara l’impossibilità di formulare giudizi storico-politici univoci. Il che sembra essere dovuto anche al fatto che gli stessi protagonisti della storia umana non aiutano a farsi comprendere. In effetti, Digger Rockwell ardisce di ribaltare il giudizio collettivo su di sé e sul disastro da lui combinato: lo fa a suon di spudorata e sofistica retorica, affermando tutto e il contrario di tutto al cospetto di un inferocito Parlamento Europeo. È lo stesso Rockwell secondo il quale l’opinione pubblica dev’essere sfamata non coi fatti, ma con la «narrazione». Come decifrare dunque un uomo simile?
Il film sostiene infatti di volersi sbarazzare delle controversie storico-politiche, fonte di mere opinioni in sterile competizione, capaci solo di verità equivoche. Occorre rinunciare alla teorizzazione, alla smania di definire e di spiegare, a favore dell’esperienza vissuta. Quel che ai posteri importerà davvero – tesi senz’altro discutibile – non è il bilancio dell’operato di Digger Rockwell, né il reale significato delle sue azioni, ma il solo fatto di essere stati travolti da una massa di ghiaccio. E nel caos geopolitico che ne seguirà, cercheranno soltanto di rivivere ed esorcizzare l’evento con una qualche emozione catartica.
Difatti, all’impossibilità della verità storica si accompagna – chi vedrà, capirà – una riflessione metanarrativa sulla valenza dell’arte scenica: inutile chiedere a qualsivoglia rappresentazione di restituire l’autentico ritratto di chi ci ha preceduto. Quel che si domanda alle arti è di offrire temporaneo sollievo da quel grande scompiglio che è il mondo.
Eppure, si intravede l’affacciarsi di un – nient’affatto inedito – cortocircuito: quello di discutere l’attendibilità dell’arte scenica mentre se ne fa uso. Un deliberato paradosso, cui oltretutto vengono abbinati più livelli di finzione stratificati tra loro. Per Iñárritu, nulla di nuovo: il fatto è che, mentre veniamo messi in guardia dall’improduttività della troppa teoria, quest’ultima si fa ipertrofica. Lo statuto della rappresentazione diventa oggetto di elucubrazione. In altre parole, Digger sembra crogiolarsi volentieri nel pantano dell’intellettualismo di cui si lamenta.
E quanto alla sua presunta volontà di astenersi dal giudizio storico e dalla polemica politica, dobbiamo davvero credergli? Digger presta voce ad una ben riconoscibile chiave di lettura della storia umana e dell’attualità; ed è solo dopo averne offerto un ampio dispiego che si sostiene che, in fondo, ogni giudizio interpretativo è inconcludente. Eppure, la satira sembra svolgersi proprio in nome di tale giudizio: non è il giudizio a essere oggetto di satira.
È comunque poco probabile che, nel guardare il film, lo spettatore lasci la sala meno schiavo dei propri pensieri. Pur non essendo paragonabile ai precedenti Birdman (2014) e Bardo (2022), Digger ne eredita in parte il vortice cerebrale. Nonostante tutto, sembra essersi smarrito – come il suo protagonista – in un impermeabile castello.
Marco Maderna
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