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The Social – Il prezzo della verità


TITOLO ORIGINALE: The Social Reckoning
REGISTA: Aaron Sorkin
SCENEGGIATORE: Aaron Sorkin
PAESE: USA
ANNO: 2026
DURATA: 112'
ATTORI: Mikey Madison, Jeremy Allen White, Jeremy Strong, Bill Burr, Wunmi Mosaku, Billy Magnussen, Betty Gilpin
SCENE SENSIBILI: riferimenti sessuali; brevi e sporadiche immagini di violenza; turpiloquio
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2019, Frances Haugen è una schiva ingegnera informatica alle dipendenze di Facebook. Jeff Horwitz, profano dei social media, è un giornalista investigativo del Wall Street Journal. Un giorno, Frances lo contatta: gli svela di avere scoperto che il 64% dei followers dei gruppi politici più radicalizzati è stato indotto alla loro frequentazione dall’algoritmo. E non è l’unico veleno che Facebook sembra avere deliberatamente iniettato nel mondo.

 

Dall’inchiesta allo schermo

Se The Social Network (2010) raccontava le origini di Facebook, The Social – Il prezzo della verità non può certo essere definito un sequel. Protagonista non è più il fondatore Mark Zuckerberg, ma l’improbabile coppia responsabile dell’inchiesta pubblicata sotto il titolo The Facebook Files (2021).

Aaron Sorkin – già sceneggiatore del primo film, ora anche alla regia – ricava dalla vicenda un tiepido thriller, la cui malinconica e tremante protagonista non corre mai alcun vero pericolo. Zuckerberg è un avversario lontano, di cui il film, tramite continui flash-forward, ci mostra quasi unicamente i preparativi alla propria pubblica difesa, una volta divulgato il dossier che lo incrimina.

È comunque probabile che la modestia della trama, pur impostata come un classico scontro tra Davide e Golia, sia dovuta all’aderenza alla cronaca. L’architrave di The Social – nulla di insolito per una sceneggiatura firmata da Sorkin – risiede (anche) nei suoi dialoghi: verbosi e tecnicistici ma strategicamente vivaci, volti ad esaminare articolate problematiche.

 

Avvelenati da una realtà parallela

A prevalere è quella relativa alla natura della democrazia, messa a tema grazie all’allarmante scoperta di Frances: sebbene Facebook dichiari di essere una semplice bacheca, volta a garantire diritto di parola a tutti, la sua programmazione è stata alterata, con conseguente aumento della visibilità dei contenuti che suscitano sdegno, innescando così la polarizzazione del dibattito pubblico e la crescita dei gruppi più aggressivi ed estremi. Una prassi non propriamente democratica: concedere spazio a tutti non significa esasperare il contrasto, amplificando la voce dei più litigiosi. Gettare benzina sul fuoco – il tutto allo scopo di mantenere i propri utenti attivi e partecipi – non è certo compatibile con una piattaforma che sostiene di voler favorire la condivisione e l’incontro.

A quella che viene perlopiù definita «radicalizzazione», The Social sovrappone un argomento in realtà distinto: la disinformazione, inclusa una non semplice controversia riguardo il cosiddetto «fact checking». In ogni caso, ad illustrare al meglio il possibile nesso tra risentimento, estremismo e disinformazione è la significativa scena d’apertura: una donna, apparentemente incapace di riporre il proprio telefono, risponde con affermazioni sconcatenate a due agenti di polizia di colore. Poi inveisce, accusandoli di voler infierire su una cittadina bianca. Il tutto filmato e diffuso via Facebook. Un eloquente esempio di persona intrappolata in una realtà virtuale, che l’ha abituata a sentirsi circondata da un mondo di nemici, ad interpretare – paranoicamente ed ideologicamente – ogni singolo evento alla luce di un unico principio: in questo caso, la persecuzione razziale.

 

Chi controlla la verità?

Non mancano inoltre considerazioni – in verità, poco più che meri accenni – riguardo a bullismo, salute mentale degli adolescenti e sfruttamento dei social media da parte della tratta di esseri umani o del narcotraffico: faccende più o meno distanti dal nucleo relativo all’odio politico-sociale.

Data la gravità della materia, The Social non è certo un film che lascia indifferenti; ma è probabile che non entusiasmi. Dichiaratamente erede di Tutti gli uomini del presidente (1976), ne condivide alcuni limiti, senza possederne i pregi: non ci si sente infatti condotti alla progressiva scoperta di retroscena sempre più profondi e dirompenti. Le rivelazioni sono poche e perlopiù implicite nelle premesse.

Inoltre, non tutto quanto affrontato gode di una trattazione adeguata, né può evitare di suscitare obiezioni. Fermi restando i pregi dell’inchiesta del Wall Street Journal, The Social sembra sottintendere che il tradizionale giornalismo cartaceo sia, per definizione, dotato di rettitudine. E che, tutto sommato, la trappola della virtualità e dell’ideologia sia un’arma di mobilitazione di cui si avvale solo uno schieramento politico. Come se contraffazione e fomentazione del conflitto sociale fossero sconosciute alla stampa; e come se l’ideologia fosse un tratto esclusivo di questo o quel partito.

E resta comunque irrisolto un problema non secondario: a chi spetta il compito di distinguere i contenuti veritieri da quelli mendaci? Chi controlla la verità?

 

Marco Maderna

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