Siamo in Antartide, presso la base Sidera, l’unica italiana sul continente, per otto mesi l’anno completamente isolata. Un gruppo di giovani scienziati, guidato dal capomissione Fulvio Cadorna, sta lavorando al progetto di una futuribile città del ghiaccio.
Alla squadra si unisce la glaciologa Maria Medri che fa una scoperta sensazionale durante le sue ricerche sui carotaggi fatti sulla superficie glaciale. La presenza di vita a profondità corrispondenti a migliaia di anni fa. Si tratta di un presupposto per ipotizzare la possibilità di ibernare mammiferi e in ultima istanza anche l’uomo. Di fronte all’importanza della scoperta, il capomissione, da tempo rassegnato alla mancanza di fondi dalle istituzioni italiane, fantastica sulla possibilità di “vendere” la scoperta al miglior offerente fra gli investitori stranieri e infatti arrivano le prime offerte, ma Maria non è convinta. Vorrebbe poter lavorare ancora alla ricerca pura, senza che vi sia già un interesse economico e la volontà di pochi di arricchirsi.
Il dilemma riguarda tutti perché Cadorna stabilisce che la decisione sulla linea da seguire sia messa ai voti.
Il sottotitolo “quasi una fiaba” potrebbe far pensare ad incantati paesaggi glaciali e misteriose magie nello sconfinato paesaggio del Polo Sud. In realtà Antartica è un film diverso che – anche per necessità produttive – si svolge quasi completamente all’interno delle stanze della base e in particolare in quel laboratorio dove le interpreti Barbara Ronchi e Valentina Bellè arrivano a definire l’importante scoperta delle loro ricerche.
L’abilità della regista Calamaro – proveniente da una lunga esperienza teatrale – è quella di far viaggiare la narrazione attraverso i dialoghi delle ricercatrici che mettono in campo, oltre alle competenze scientifiche, tutta la loro umanità. Noi viviamo gli esperimenti che compiono sulla base delle loro emozioni. Una (Ronchi) più fredda e determinata, l’altra (Bellè) più fragile, affezionata alle sue tartarughe d’acqua, sacrificate come cavie nell’azoto liquido, le due ricercatrici mettono il cuore dietro il microscopio e ci rendono partecipi della loro passione.
Non era facile costruire un impianto narrativo che si sviluppasse quasi esclusivamente su dialoghi a due, in interni e in questo bisogna riconoscere il merito a scrittura, regia e recitazione.
La decisione del capomissione di votare tutti rispetto a come gestire la scoperta fatta dalla glaciologa Maria farebbe pensare alla volontà di un film corale. Di fatto, però, ciò non avviene per l’evanescenza dei personaggi secondari. La figura del medico, per quanto ben interpretata da Lorenzo Balducci, non ha spessore e sembra destinata solo alla funzione di dare un paio di diagnosi nelle occasioni in cui gli viene richiesto. Ancora minore è la figura del cuoco, che fra l’altro viene coinvolto nella votazione nonostante non abbia alcuna voce in capitolo rispetto alla ricerca.
Il nodo del dilemma fra scienza e ricerca pura e la loro applicazione economica è, per la maggior parte, affidato al confronto fra Fulvio Cadorna (Orlando) e Maria (Ronchi). Si tratta di un rapporto di grande affetto che va ben al di là della stima professionale e perfino dell’amicizia. Fulvio ha una tenerezza particolare nei confronti di Maria e il film ci rivelerà anche il perché. Sul tessuto di questo affetto reciproco si innestano le due diverse posizioni rispetto alla scoperta. Fulvio – un Silvio Orlando sempre all’altezza delle attese – dall’alto della sua più longeva esperienza, vorrebbe capitalizzare il frutto dell’acume e della perseveranza della sua pupilla; sente che si tratta di un’occasione più unica che rara, che non si ripresenterà. Il capomissione, frustrato dai continui tagli e riduzioni dei fondi stanziati dall’Italia per le ricerche della base, vede nella scoperta di Maria una possibilità di riscatto e una via per centrare un importante obbiettivo.
La posizione di Maria, invece, è antitetica. Lei non pensa minimamente al ritorno economico delle sue ricerche, vorrebbe solo poterle convalidare e rafforzare proseguendo le sperimentazioni. La sua è la candida prudenza della scienziata che cerca la verità in quanto tale, senza un secondo fine immediato, senza volersi rapportare con l’industria e con il mercato. Gli autori sono abili a non prendere una posizione, ma a lasciare che sia il pubblico a interrogarsi e schierarsi dall’una o dall’altra parte.
Giovanni Capetta
Tag: 3 stelle, Drammatico, Film Italiani