Anno 2932. Arco è un ragazzino di dieci anni, impaziente di intraprendere il suo primo viaggio nel tempo, cosa che la legge proibisce a chi non è ancora dodicenne. Disobbedendo ai genitori, Arco tenta un salto temporale, che lo fa precipitare accidentalmente nell’anno 2075. Qui viene avvistato e soccorso dalla coetanea Iris, che lo protegge da occhi sospettosi e indiscreti, mentre cerca di aiutarlo a tornare a casa.
Bisogna riconoscere che Arco è un film realizzato con amore: diversi fattori lo testimoniano, dall’elegante e a tratti lirica animazione 2D, alla tenerezza con cui il racconto guarda i suoi due piccoli protagonisti.
Tuttavia, malgrado le migliori intenzioni, la storia è priva di unità. Raggiunto il suo apice nella sezione centrale, che con ammirevole scaltrezza riesce a trascinare numerosi personaggi al centro di un imponente e avvincente parapiglia, la trama purtroppo tracolla e ristagna a lungo. E offre un finale che è poco più che un deus ex machina (e, a ben guardare, le risoluzioni piovute dal cielo sono perfino due).
Non solo, ma parte della conclusione può essere indovinata con largo anticipo. Quale segno Arco sia destinato a imprimere alla vita di Iris è facilmente desumibile da un’unica sequenza, dedicata ai primi passi della loro amicizia. Forse non sarà il caso degli spettatori più piccoli, ma qualcuno potrebbe fiutare l’impronta finale lasciata da Arco da (macroscopici) indizi addirittura precedenti.
Oltretutto si tratta di un fattore estraneo a quella che è descritta come la fondamentale e più stringente urgenza di Iris: quella di non sentirsi più sola. La sua unica compagnia sono il fratellino e il robot domestico Mikki, dato che i genitori lavorano lontano e rientrano di rado. L’arrivo di Arco – come un angelo o un’entità ultraterrena discesa dal cielo – infrange sì la solitudine di Iris: ma il suo metaforico annuncio di speranza si porta appresso ulteriori conseguenze, prive di qualunque attinenza col senso di abbandono della sua nuova amica.
Le riflessioni del film sembrano raggiungere il loro vertice a proposito di Clifford, compagno di scuola di Iris, di lei segretamente innamorato: a lui si insegna che quando si ama qualcuno, ci si prodiga per renderlo felice, indipendentemente dal fatto di essere ricambiati o meno. Non è osservazione da poco: ma si tratta di un’osservazione isolata dal resto del racconto, esaurita nel solenne ma breve spazio di una singola battuta.
Non solo: se Arco vuole essere un racconto di formazione (o coming of age che dir si voglia), vale a dire una storia sulla fine dell’infanzia e l’inizio della vita adulta (o perlomeno di un’età nuova), non è del tutto chiaro come certe esperienze vissute da Iris siano funzionali alla sua crescita.
E se ci si sofferma sul più prevedibile degli esiti della sua vicenda, in tal caso ogni traccia di coming of age è di fatto annullata: Iris non fa altro che pronunciare ad alta voce un desiderio che, a quanto pare, dimorava in lei da tempo. Desiderio responsabile, risoluto, ambizioso: ma come sia potuto maturare, perdipiù a soli dieci anni, non ci è dato saperlo.
Da un lato, il proposito di Iris sembra ricavare la propria sicurezza da qualcosa che, in effetti, non avrebbe mai osato sperare se non avesse incontrato Arco. Dall’altro, il film sembra attribuire all’infanzia un’innata saggezza. Saggezza che oltrepassa quella dell’adulto e che non ha bisogno né di crescere, né di fare i conti con l’esperienza. Men che meno di essere guidata: è sufficiente che al mondo vi sia anche un solo bambino (o giovane) capace di esprimere un desiderio o un ideale perché questo ci rassicuri sul destino del genere umano. Se ne deduce che i guai dell’umanità risiedano tutti nell’ottusità o nella poca fantasia delle generazioni che ci hanno preceduto.
Che un bambino, per il solo fatto di venire al mondo, sia già in sé stesso un principio di speranza, è fuor di dubbio. Ma dobbiamo davvero scommettere tutto sul fatto che tale principio fiorisca e si realizzi da sé? Basta un’idea (presuntamente) inedita a invertire la storia del mondo?
Marco Maderna
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