Sull’incontaminato pianeta Pandora, ancora esuli dalla loro foresta e ospiti del clan acquatico dei Metkayina, i Sully, la famiglia di alieni Na’vi al centro della saga, fatica a riprendersi dopo che, nell’episodio precedente, la resistenza contro i conquistadores umani è costata la vita al primogenito Neteyman. Spider, il figlio del persecutore Quaritch, il ragazzo terrestre che hanno adottato, involontariamente alimenta il malessere, perché rappresenta agli occhi di Neytiri, mamma Sully, la razza responsabile della sua sofferenza. C’è poi un problema concreto. La vita del giovane dipende dal respiratore che deve sempre indossare nell’atmosfera di Pandora. Smettesse di funzionare, lì dove si trovano non ci sarebbe modo di rimediare. Il capofamiglia Jake prende dunque una decisione. Tutti si aggregheranno ad una comitiva di mercanti per accompagnare Spider e lasciarlo all’avamposto degli scienziati loro alleati. Ma presto il viaggio si complica drammaticamente. Non bastasse l’assalto della strega Varang coi suoi feroci corsari, anche Quaritch e gli umani invasori tornano alla carica. I nostri eroi si disperderanno, e dovranno duramente lottare per ritrovarsi. Provando a salvare il mirabile ecosistema del loro mondo.
Bisogna saper guardare con occhi nuovi. Per andare oltre il dolore della perdita. Oltre il risentimento e le croniche contrapposizioni. Oltre le convinzioni troppo rigide. Questo il messaggio espresso dal terzo capitolo di un’epopea piuttosto esausta. Ripetitivo. Fuori misura. Ipercinetico e con prosopopea ambientalistico-panteistica.
Certo, ci sono grandi temi universali, trasversali, per raggiungere il pubblico di tutti i Paesi. L’elaborazione del lutto. L’inclusione che sfida le barriere culturali e di razza. Il pacifismo radicale sfidato dalle ragioni di una difesa giusta. La famiglia (“che non è una democrazia” fa notare ai figli Jake, padre vecchio stampo). Financo, il trascendente e l’ultramondano, con Eywa, una dea arcaica, madre natura, che accoglie tutti nell’aldilà.
Un’“opera totale”, vien da dire con ironia, visto che ogni aspetto è trattato senza approfondire, con pennellate tanto convinte quanto di maniera. Le saltuarie convergenze tra Jake e Quaritch in virtù del legame comune con Spider e a dispetto della morte di Neteyman; l’indulgere di Quaritch al fascino sensuale e perverso di Varang; la cattiveria eretica di questa, che odia la dea Eywa a causa di una devastante eruzione vulcanica; anche la tentazione di Jake di sacrificare Spider (divenuto sorprendentemente capace di respirare) perché i terrestri non si approprino della stessa abilità… Ognuno di questi aspetti meriterebbe preparazione e sviluppo. Invece si riducono a punteggiare una sequela inesauribile di scontri, assalti e contro assalti, imboscate e fughe… Il regista Cameron sembra sempre avere una scena d’azione in più ancora da lanciare. Si finisce per sentirsi prigionieri di questa effervescenza. Anche l’appetito meglio predisposto è messo alla prova. Spesso si cerca di capire quanto manca alla fine, e ci si rende conto che è ancora tanto, troppo.
Cameron dice che nel fuoco maneggiato dalla strega si può vedere una metafora della distruzione della guerra in Ucraina, ma anche di quella degli incendi della California. Nello spettatore, in realtà, rispetto a pensieri di questo tipo, prevale un senso di già visto. Davvero, come molti hanno notato, il persistere dell’elemento marino, il tono generale, i tipi di combattimento, la fissità archetipica dei personaggi… Sembra di essere ancora nel film precedente. Solo che l’impatto visivo è minore. Sia perché lo sguardo del regista è meno contemplativo verso la meraviglia dell’ambientazione edenica che così abilmente ha saputo creare sullo schermo. Sia perché i primi due film, anch’essi lunghi, avevano offerto al pubblico ampia occasione di consumare il proprio stupore. Sarebbe servito qualcosa di nuovo. Che arriverà, invece, forse, solo con il prossimo sequel.
Paolo Braga
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