Jalil e suo padre Nazar sono stati costretti a lasciare l’Afghanistan dopo che la musica è stata messa al bando dal regime talebano. Entrambi sono musicisti – il primo è un suonatore di tuba, il secondo un direttore d’orchestra – e si sono messi in viaggio, a piedi, con i loro strumenti, per raggiungere l’Italia. Arrivati, lungo la rotta balcanica, alla frontiera serbo-bosniaca, si scontrano con le difficoltà di riuscire a oltrepassarla. Come molti altri che prima di loro hanno tentato e spesso fallito, i due assaggiano la violenza delle forze dell’ordine preposte al respingimento dei migranti. Durante la sosta forzata, al freddo della desolata landa balcanica, i due afgani incontrano Greta, una dottoressa italiana, alla prima esperienza nel campo degli aiuti umanitari. Grazie alle sue cure e al rapporto di amicizia che si instaura, Jalil e Nazar recuperano le forze e la speranza di riuscire nella loro impresa.
Ciò che fin dal suo inizio il film mette in evidenza è la desolazione, il freddo, il cielo plumbeo, carico di nubi del luogo – una sorta di Limbo – in cui i migranti sono costretti a fermarsi. È del tutto inospitale la terra in cui i profughi della rotta balcanica cercano di attraversare la frontiera. Un muro invisibile li respinge in un paesaggio che è già di per sé antagonista. Volutamente la macchina da presa non si posa sugli atti di violenza della polizia di frontiera, ma riprende le conseguenze dei pestaggi sui corpi delle vittime. Lo sguardo della dottoressa Greta si posa sulle ferite dei migranti e già esso, prima delle cure, pare un balsamo in grado di risanare. Senza alcun dubbio il regista e cosceneggiatore dichiara da che parte si ponga e quale sia il suo favore. Senza proclami o esplicitazioni didascaliche, il pubblico è indotto a parteggiare per Jalil e il padre Nazar, ad offrire loro un appoggio dove posare il capo. Intorno ai falò improvvisati i profughi cercano, insieme ad un po’ di calore, di mantenere la loro umanità e uno spirito solidale. I due migranti afgani sono due artisti che fuggono dal loro Paese che ha dichiarato illegale la loro arte. Fuggono per non perdere la loro identità e però si ritrovano ad essere respinti dagli stessi Paesi in cui vorrebbero poter esprimere il loro talento. Al termine della rotta balcanica i profughi vengono spersonalizzati e trattati come numeri. Resta la forza evocativa della musica che, con il suo linguaggio universale, supera le barriere, i confini, le divisioni e unisce le persone. Ben oltre le poche parole scambiate in inglese, Jalil suscita la simpatia di Greta quando le riproduce con la bocca il suono del suo strumento. È un modo ingenuo ma efficace di presentarsi che lo connota nella sua essenza.
Il film è stato presentato in anteprima mondiale all’ultima Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Giornate degli autori”, dove ha vinto il Premio del pubblico e il Premio Carlo Lizzani. Un esordio nel lungometraggio promettente per il regista (e cosceneggiatore con Andrea Brusa) Nicola Sorcinelli che ha saputo portare a termine una piccola coproduzione internazionale, facendo buon uso delle risorse a sua disposizione. Balcanica mantiene nella sua interezza un tratto minimalista che rifugge da esternazioni enfatiche, ma nel contempo si espone chiaramente a favore dei migranti protagonisti.
Un film “politico” nel senso nobile del termine, che veicola il messaggio non con proclami ideologici, ma con la cogenza delle immagini e delle relazioni fra i personaggi. A Matilda De Angelis va ascritto il merito di aver creduto nel progetto partecipando anche alla coproduzione del film. Il suo ruolo è determinante e anche in questa occasione la talentuosa attrice mette in evidenza le sue doti, superando, come già dimostrato in altre occasioni, la prova della recitazione in lingua inglese. Intense ed evocative anche le interpretazioni dei due attori che impersonano Jalil e Nazar. I loro volti, i loro sguardi fra paura e speranza si imprimono nella memoria e suscitano l’empatia degli spettatori.
Giovanni Capetta
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