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Bugonia


TITOLO ORIGINALE: Bugonia
REGISTA: Yorgos Lanthimos
SCENEGGIATORE: Will Tracy (remake di Save the Green Planet! di Jang Joon-hwan)
PAESE: USA, Corea del Sud, Irlanda
ANNO: 2025
DURATA: 119'
ATTORI: Emma Stone, Jesse Plemmons, Aidan Delbis e Stavros Halkias
SCENE SENSIBILI: scene macabre e di violenza
1 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 5

Teddy, appassionato apicoltore, lavora per un’importante azienda farmaceutica e vive da solo con il cugino, un ragazzo ingenuo e buono, in una fatiscente catapecchia sperduta in un paesaggio rurale della Georgia. L’uomo è convinto che una misteriosa razza aliena proveniente da Andromeda si sia infiltrata ai vertici della società per sabotare il pianeta attraverso la “disintegrazione alimentare” e la “tecnoschiavizzazione” della popolazione. Mosso da tali teorie e convinto che un attacco alieno sia imminente (secondo lui approfittando della prossima eclissi lunare, di lì a pochi giorni) Teddy rapisce con l’aiuto del cugino la CEO dell’azienda per cui lavora, sicuro che sia una pericolosa andromediana in incognito. Gli intenti criminali degli improvvisati rapitori vanno incredibilmente a buon fine ma la convivenza e lo scontro dialettico con l’illustre ostaggio, segregato nel seminterrato della loro abitazione, porta molto presto a conseguenze inaspettate…

 

Teorie e teoremi

Yorghos Lanthimos conferma la sua verve visionaria e la propensione per storie a dir poco insolite, con questo turbinoso ma coinvolgente remake di un film coreano del 2003 (titolo italiano Salvate la terra!). La trama del film (presentato in anteprima a Venezia) è praticamente la stessa e ruota attorno ad un numero ridottissimo di personaggi (anche inferiore a quello della versione originale, più dispersiva da questo punto di vista) che tengono banco per quasi due ore di situazioni surreali e numerosi ribaltamenti nelle dinamiche di potere e assoggettamento tra i protagonisti. Il film infatti è una sorta di duello psicologico, in cui al delirio di un outsider, che colpisce per la spaventosa coerenza delle sue argomentazioni, si contrappone la gelida e rigorosa logica della spietata dirigente d’azienda. Nella seconda parte poi esplode un’escalation violenta e macabra che va di male in peggio fino a decapitazioni e bagni di sangue.

 

Miele dal nulla

Se la storia è fondamentalmente la stessa rispetto al film coreano, lo stesso non si può dire della sceneggiatura che con alcuni interessanti accorgimenti sposta il fuoco dei conflitti e gli equilibri tematici della vicenda, anche se poi la posta in gioco è la medesima, ovvero la salvezza del pianeta e la vendetta privata, nella mente del rapitore, la sopravvivenza personale, in quella della rapita.

Grande importanza viene attribuita infatti al conflitto interiore del protagonista (Jesse Plemmons) dilaniato sotterraneamente tra la rivalsa personale (è infatti sepolta nel passato di Teddy la radice di una ferita, raccontata in bianco e nero) e la missione a cui si sente chiamato di salvare il pianeta dai presunti propositi di distruzione alieni. In tal senso viene utilizzata a livello metaforico, con più convinzione rispetto al film originale, la metafora dell’apicoltura con cui si ha l’ardore di paragonare l’umanità (una colonia morta, così viene definita) richiamando al dualismo tra particolare ed universale oltre che ad attuali tematiche ambientaliste.

La forte centralità dell’elemento naturale infatti, contrapposto al modernissimo mondo industriale e cittadino, allude anche alla dicotomia vita-morte, sottolineata persino dal titolo del film, una parola di origine greca che appunto indica la generazione spontanea della vita dalla morte, ripresa da un episodio delle Georgiche di Virgilio (in cui si fa riferimento appunto ad un alveare di api formatosi all’interno del cadavere di un bue).

 

Tipi di corruzione

In Bugonia inoltre c’è anche un’accentuata critica sociale con cui il film si propone di mostrare le ipocrisie di una classe dirigente che sembra disumana e lontanissima dal mondo dei “normali”, divario raccontato visivamente attraverso il contrasto tra la perfezione fredda e asettica della villa e degli uffici dell’indomita Michelle (Emma Stone), e d’altra parte la sporcizia, il disordine ma anche il calore della stamberga in cui vivono i due rapitori e dove si svolge gran parte della vicenda. Giocando con questi opposti, il film sembra alludere alle diverse forme di corruzione, quella morale e quella materiale, e ad una presunta precarietà della condizione umana, in una visione un po’ nichilista e con pochissima speranza che lascia l’amaro in bocca.

Così come lascia perplessi la conclusione del film, che in qualche modo rischia di “buttare via” molti dei temi seminati durante la narrazione.

 

 

Gabriele Cheli

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