Palermo. Arturo è un agente immobiliare agnostico e con una passione viscerale, smisurata per i dolci (soprattutto quelli siciliani) che recensisce con dei piccoli video. Quando si innamora di Flora, la figlia del miglior pasticcere di Palermo, la sua vita viene stravolta: la ragazza infatti è cattolica praticante e dà molta importanza alla fede. Per paura di perderla, l’uomo è costretto a mentire dicendole che anche lui è un cristiano esemplare e che la religione è al centro della sua vita. Dopo una serie di pasticci e di equivoci, la bugia viene svelata e Flora, delusa, lo lascia. Arturo allora intraprende un percorso di conversione per riconquistarla…
Otto anni dopo la pubblicazione del libro, Pif realizza questa trasposizione cinematografica del suo best seller, rimanendo fedele al romanzo nella struttura, nei passaggi fondamentali della trama e negli spunti tematici.
La modifica più significativa è l’inserimento di una cornice narrativa in cui il protagonista in seguito ad una scorpacciata di sciù (un tipo di bignè ripieni) comincia ad avere delle visioni del Papa a cui racconta gioie e dolori della travagliata storia d’amore con la bella Flora, esponendo tutti i suoi dubbi a proposito della fede. Attraverso i dialoghi in confessionale con il Santo Padre – che dovrebbe essere Francesco, perché gli somiglia e ha l’accento spagnolo, anche se in effetti non viene mai chiamato per nome – vengono infatti affrontate riflessioni anche profonde su temi come il peccato e il perdono.
Il primo dei due argomenti ha in qualche modo a che fare con l’ambientazione dolciaria del film, tramite la quale il regista sembra interrogarsi ironicamente a proposito di un vecchio adagio secondo cui se una cosa è piacevole, è bandita dalla Chiesa Cattolica. Ovviamente la risposta che dà il film (attraverso le parole del Papa) è che la morale cristiana non è in antitesi con le cose buone della vita, come il sesso (nel film si affronta anche il tema della castità prematrimoniale) o appunto, i dolci. La seconda questione invece, che ha a che fare con la dicotomia tra giustizia divina e giustizia umana, viene sottolineata dal titolo, formulazione incompleta di un detto siciliano che, parafrasando, invita a comportarsi male quanto si vuole perché tanto poi Dio perdona tutti. Una tradizione popolare che insomma sembra un’autorizzazione a mettere in atto qualsiasi comportamento senza conseguenze; ma anche su questo punto c’è un passaggio chiarificatore per cui in realtà il perdono (quantomeno se si parla di giustizia umana) arriva se c’è pentimento sincero mentre il peccato, se si parla di giustizia divina, contiene già in sé la punizione per l’atto sbagliato (perché è separazione dall’amore di Dio).
Le occasioni per parlare di queste cose, sono conseguenti all’idea fondamentale e decisamente provocatoria che è al centro della trama: cosa succederebbe se qualcuno vivesse pienamente, senza compromessi, il messaggio evangelico? Nel film il risultato è disastroso per il povero Arturo, che più diventa buono ed onesto, e più rimane solo e le cose gli vanno male. Come dicevamo, si tratta ovviamente di una provocazione e il simpatico protagonista della vicenda non può essere ovviamente preso ad esempio. Al netto però delle improbabili apparizioni papali e delle esperienze gastronomiche dai risvolti mistici, che caratterizzano il consueto tono ironico di Pif, il film racconta seriamente la storia di una conversione un po’ fai da te che nelle modalità e nei risultati rasenta l’integralismo ma, a conti fatti, diventa anche un richiamo a scelte radicali per gli altri personaggi, e per lo spettatore, riportando al centro l’importanza dell’amore.
Lo sguardo dichiaratamente agnostico di Pif sul tema, non preclude (anzi la avvalora) una riflessione profonda sul vero senso della fede e tutto sommato, al netto di qualche debolezza nella struttura (la conversione del nostro eroe, con l’entrata nel mondo straordinario della fede, arriva forse un po’ tardi) il film è ben riuscito e fa riflettere.
Gabriele Cheli
Tag: 4 stelle, Commedia, Film Italiani, film per discutere