Marcelus è un gigantesco polpo del pacifico che vive in cattività nell’acquario di Sowell Bay, un’immaginaria cittadina costiera nel nord degli Stati Uniti. L’animale, che sogna di tornare a nuotare libero nelle acque dell’oceano, nasconde un’intelligenza straordinaria con la quale studia la variegata umanità che ogni giorno passa davanti alla sua vasca, compresa la tenera ed introversa Tova, l’anziana addetta delle pulizie che, non si sa perché, ha scelto proprio il polpo come confidente per il suo dolore nascosto. La donna infatti ha perso il figlio tanti anni prima e, stanca e oppressa dalla superficialità e dal chiacchiericcio locale, progetta segretamente di cambiare vita. Le cose però hanno una svolta inaspettata quando in città arriva Cameron, un ragazzo misterioso e un po’ stralunato che vive da solo nel suo camper, l’unica proprietà che la madre tossicodipendente gli ha lasciato.
Al centro di questa fiaba moderna, trasposizione cinematografica del romanzo d’esordio della scrittrice americana Shelby Van Pelt, c’è una creatura luminosa dotata di un’eccezionale umanità, la cui voce pensiero accompagna la narrazione per tutto il corso del film. Lo straordinario animale marino, una sorta di angelo viaggiatore sui generis, con tentacoli e ventose, è spettatore e in qualche modo anche fattore scatenante della vicenda che si svolge in un’ambientazione da favola quasi sospesa nel tempo, tra mare e montagne, che fanno da sfondo all’intimo dramma di due curiosi personaggi, opposti per caratterizzazione, molto simili interiormente.
Infatti, tanto è ameno ed evocativo lo scenario, quanto è cupo il passato dei due protagonisti, due solitudini che si incontrano: entrambi hanno un lutto da elaborare, entrambi sono alla ricerca di una famiglia e del proprio posto nel mondo. Il primo a capire questa vicinanza è proprio il polpo Marcelus che quasi per caso diventa confidente anche di Cameron, arrivato nella cittadina in cerca di quel padre che non ha mai conosciuto.
Nel raccontare questi drammi personali e profondi, la regista (la stessa de La ragazza della palude) gioca con musica e colori, esaltando i paesaggi, e raggiunge l’obiettivo di costruire efficacemente il contrasto tra l’interiorità ferita dei personaggi e la perfezione formale del contesto, centrando felicemente anche il tono del racconto, che affronta ricordi tragici, con la leggerezza di una commedia famigliare, senza scivolare mai nel patetico.
Ci sono comunque passaggi fortemente emotivi, soprattutto nella seconda parte, che scandiscono il progressivo avvicinamento alla verità fino ad un happy end, forse non così sorprendente ma decisamente azzeccato, come nelle migliori favole, che racconta la ricerca dell’amore e della propria identità, ed invita a riflettere sul vero senso dell’essere famiglia.
Gabriele Cheli
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