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Dante


TITOLO ORIGINALE: Dante
REGISTA: Pupi Avati
SCENEGGIATORE: Pupi Avati
PAESE: Italia
ANNO: 2022
DURATA: 94'
ATTORI: con Sergio Castellitto, Alessandro Sperduti, Carlotta Gamba e Alessandro Haber
SCENE SENSIBILI: alcune scene a contenuto sessuale e di nudo
1 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 51 vote, average: 2,00 out of 5

Trent’anni dopo la morte di Alighieri, Giovanni Boccaccio viene incaricato dalla città di Firenze di recarsi a Ravenna per incontrare la figlia monaca del poeta, Beatrice, offrendole dieci fiorini d’oro in segno di pentimento per come la città lo ha trattato. Lungo il suo viaggio, Boccaccio incontra gli ultimi superstiti che conobbero il grande poeta prima della sua morte.

Non è Dante!

Lascia perplessi doverlo dire; eppure la critica sembra coesa a spendersi in parole lusinghiere per questa rappresentazione del sommo poeta. Potremmo anche tralasciare che il quadro dipinto non è umanamente e psicologicamente verosimile; Avati scrive di un Dante pavido, timoroso e indigente, “buono” da sbilanciare il tasso glicemico in qualunque spettatore. E questo processo colpisce anche gli altri personaggi, con un Boccaccio spoglio della sua giovanile irriverenza e densità culturale, una Beatrice fredda e torbida che nulla ha di angelico, e un Cavalcanti il cui massimo apporto che offre al poeta è quello di portarlo a prostitute.
Ma dove è andato a finire invece il giovane nobile Alighieri? Il politico, l’ambasciatore e il delegato? Dov’è il cavaliere che in battaglia si schierava in prima fila? Dove l’universitario prolifico e onnisciente, l’intellettuale e poeta circondato di suoi pari che rivoluzionava in vita la poesia italiana e cortese? Per non parlare della sua Commedia, dei duri giudizi, delle immagini violente, delle inequivocabili opinioni… della grandissima fede cattolica.
Quello che viene servito invece è uno spolverino da pavimenti, con il labbro tremante per i fremiti d’amore, ben più fragile del San Francesco rappresentato da Zeffirelli.
Ma appunto, anche tralasciassimo queste cose, anche si concedesse una riscrittura antistorica e irrispettosa di Alighieri (e non la si concede): perché si dovrebbe stimare e lodare questo individuo che Pupi Avati spende un’ora e mezza a raccontare?

Un medioevo che si sperava superato

Ma è evidente che i problemi sono più alla radice, all’idea che Avati ha della fede e – ancor più radicalmente – della storia. Non a caso il film è stato accostato al precedente Magnificat (1993) dello stesso autore. Perché se l’idea di fede, per quanto problematica, rimane un giudizio affidato alla coscienza dell’individuo, l’idea di storia invece è poco perdonabile. Si possono concedere i limiti di budget che non consentono al regista di sistemare le poche location decadenti. Ma si sperava fosse ormai confutato il quadro di figuranti sempre sporchi di terra, vestiti di cenci terrosi dentro stamberghe fatiscenti. Non c’è nota dei ricchi colori del XIV secolo, tappeti, arazzi, la borghesia emergente, la nobiltà dei Comuni, il primo fiorire dell’Umanesimo preludio del Rinascimento. Questo non è un quadro storico sincero.

Un “disìo” molto bieco

E tutto questo viene sacrificato, per lasciare spazio a cosa? Al “disìo” amoroso infantile. Non poi che sia così chiaro di quale amore si parli: il film sembra volerlo dipingere per sottrazione. È la sofferenza di essere dati sposi a chi non si ama, la pressione coercitiva per le donne a produrre una prole. E tuttavia il film si contraddice, perché è anche il piccolo Dante costretto a baciare la guancia della madre morta che si pulisce il labbro disgustato, e il padre voluttuoso che subito corre a seconde nozze.
Ma il disìo di Dante era ben diverso, “desiderio” è rapporto con le stelle: la Beatrice di Dante lo conduceva alla conoscenza di Dio, e così di tutto lo scibile umano, al fondo di ogni cosa. Non era certo un amore fatto (solo) di fremiti, che ricadeva in se stesso come un capriccio.
Dante di Pupi Avati non è soltanto un film scialbo: la sua più grande colpa è di traviare la verità e grandezza che il sommo poeta ci aveva regalato 700 anni fa.

Alberto Bordin

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