Una professoressa d’inglese – di cui ignoriamo il nome – viene assegnata ad una classe quinta in un trasandato liceo di Rebibbia. A soli diciott’anni, i suoi nuovi e riottosi alunni già si sentono sconfitti: retroterra familiare, criminalità e droga aggravano il loro groviglio ancora adolescenziale con l’emarginazione. Ma l’insegnante non si scoraggia: in loro intravede qualcuno di ben più grande della «monnezza» che dicono di essere.
Ispirato all’omonimo romanzo autobiografico di Gaja Cenciarelli, Domani interrogo è, purtroppo, un disordinato assemblaggio di brevi episodi di vita scolastica, dai quali non si ricava alcuna esatta strategia o sapienza pedagogica. Il che, probabilmente, non rende giustizia agli insperati traguardi educativi che – immaginiamo – l’autrice del libro ha saputo raggiungere nella vita reale.
Il primo giorno, la professoressa è intimidita dalla gabbia di leoni che la attende. Ma bastano pochi minuti perché, già esasperata dalla litigiosa e sterile caciara dei suoi allievi, li redarguisca severa, con parole e modi non meno irruenti dei loro. Una sola reazione – più umorale che autorevole – ed ecco inaugurarsi un nuovo clima, farsi strada un inedito timore reverenziale. Non che tutto si risolva in un’immediata e istantanea prova di forza: ma la rapidità con cui la nuova arrivata incassa vittorie fin dai primi minuti del film non può non suscitare dubbi. La premessa è contradditoria, la progressione assente.
Lungi dal concepirsi come un mero pubblico funzionario, la professoressa cerca un rapporto personale con ogni studente: fatto che un ragazzo può anche – ma non necessariamente – riconoscere ed apprezzare subito. Ma che la consapevolezza di non esser di fronte ad una burocrate (né tantomeno una nemica) generi, dopo poche lezioni, magiche esperienze di complicità e affiatamento è implausibile. Più realisticamente, tale rapporto non ci viene narrato come fonte automatica – salvo eccezioni – di rinnovata responsabilità nello studio, di prestazioni migliori, di maturità raggiunta.
Il metodo della professoressa resta comunque opaco: un alternarsi di paziente ascolto e di sbrigativi rimbrotti. Non che attenzione e rimprovero siano in contraddizione: ma in ambito educativo, anche la rabbia richiede intelligenza (a reagire soltanto ci pensano già i ragazzi). A volte la protagonista mostra una (fin troppo) formidabile scaltrezza nel decifrare l’adolescenza; altre volte, per più ragioni, il suo agire la rende simile agli allievi.
Il film è comunque sincero nell’ammettere che non le è possibile avere successo con ogni singolo studente. A svelarcelo è la voce fuori campo degli alunni, che – ben prima del finale – ci offrono, accanto al breve resoconto della propria vita e ad una lucida diagnosi delle proprie sofferenze, un’anticipazione sul loro futuro, sia esso riscattato o meno. Un espediente che evidenzia ulteriori limiti: dei loro retroscena biografici la professoressa ci risulta pressoché ignara, né la storia mostra i passi della loro raggiunta autoconsapevolezza. Come l’hanno ottenuta? La protagonista che ruolo ha avuto? Perché non raccontarcelo?
Il ruolo dell’adulto risulta vanificato anche in altre occasioni, talvolta per lasciare spazio ad una (presunta) luminosa saggezza del ragazzo; saggezza che prorompe in considerazioni perlopiù riguardanti la giustizia sociale. Nell’ascoltarle, un docente non può non domandarsi se provengano da un’esperienza e riflessione personali o se siano soltanto – com’è lecito credere – la ripetizione di slogan o affermazioni altrui. Eppure, non assistiamo ad alcun intervento.
Men che meno vi assistiamo dinanzi a certi frettolosi riferimenti – privi di qualunque trattazione – a temi sensibili, quali il costume sessuale (incluso un tanto appassionato quanto immotivato bacio tra due compagne) o l’aborto (cui un’alunna racconta di essersi sottoposta). In questi casi, l’adulto è del tutto assente.
Ma se si vogliono persone disposte ad implicarsi con la gioventù, perché non implicarsi fino in fondo? O forse si ritiene che, proprio là dove la materia si fa più incandescente, non occorra alcuna guida? O che quella materia non riguardi l’insegnante? Ma allora perché farne menzione in un film sulla scuola? Provocazione? Moda? Messaggio subliminale?
Infine: se si vuole raccontare di docenti disposti a guardare un ragazzo, per quanto grave il suo malessere, in funzione dell’adulto che cerca di sbocciare in lui, perché non riferirci passo per passo il segreto della fioritura?
Marco Maderna
Tag: 2 Stelle, Commedia, Drammatico, Film Italiani