Sophie Birenbaum ha sedici anni e, appassionata di teatro, ottiene la parte della protagonista nel musical Waitress, organizzato dalla scuola. Sophie si dedica anima e corpo alle prove dello spettacolo, anche perché il suo partner sul palco è un ragazzo che le piace. A casa, però, dove vive con i suoi e due fratelli più piccoli, i genitori devono comunicarle che il tumore della madre si è ripresentato e la situazione è molto grave. Le priorità per Sophie cambiano inevitabilmente e sarebbe disposta a rinunciare al suo recital pur di stare tutto il tempo con la mamma se quest’ultima non la spronasse a non rinunciare alla sua vita.
Don’t Say good Luck si presenta come uno dei numerosi coming of age musicali in cui la sfida per la protagonista adolescente è avere successo sul palco. Sophie ha passione e talento e canta in ogni momento brani del suo show. Noi siamo con lei e facciamo il tifo anche perché vada a buon fine l’approccio con il suo partner sulla scena a cui lei è decisamente interessata. È in questo contesto che subentra la malattia della madre, la recidiva di un tumore che sembra non dare scampo. Il tema del film cambia perché la protagonista deve scegliere a chi dare la precedenza fra lo spettacolo e il tempo da dedicare a sua madre. I toni si fanno più drammatici, ma il racconto ha nella sobrietà uno dei suoi pregi.
Quella che ammiriamo è la capacità della famiglia Birenbaum di comunicare anche le verità più tragiche, senza nascondersi, senza chiusure, ma confidando nella maturità delle persone coinvolte. Vediamo marito e moglie dialogare e decidere come parlare della malattia con la figlia adolescente, con i nonni (i genitori di lei), preservando i due figli più piccoli. Il confronto fra Sophie e sua madre è molto intenso e vero, sempre attento ad evitare la retorica in cui, in tali circostanze, avrebbe potuto scadere. Fino all’ultimo la morte bussa alla porta di casa dei nostri protagonisti, ma l’amore che li unisce impedisce loro di cadere nella disperazione.
Il film ha la peculiarità di essere realizzato dalla Happy Madison Productions, la casa di produzione fondata e guidata dall’attore comico Adam Sandler, qui affiancato anche dalla moglie Jackie Sandler. La loro società ha realizzato molti film comici e commedie per famiglie, come la presente: questa volta, però, come già in alcune pellicole precedenti, a interpretare il ruolo da protagonista c’è Sunny Sandler, secondogenita della coppia di cineasti, nata il 2 novembre del 2008. Sunny, dunque, ha solo 17 anni, ma dimostra di aver già acquisito una buona maturità artistica. È lei attorno a cui ruota il film e in cui sono compresenti i sentimenti apparentemente contrastanti della passione per il canto e dell’attaccamento e l’affetto per la madre.
Attraverso il discernimento di Sunny anche il pubblico è chiamato ad interrogarsi su quale comportamento adotterebbe in quella che pare una scelta alternativa. Di questa idea è, per esempio, la nonna materna che ritiene che Sophie/Sunny dovrebbe rinunciare alle prove e allo spettacolo per stare a casa con la madre, malata terminale. Ma ad aiutare a prendere la decisione di loro figlia sono i genitori e in particolare la madre stessa.
Notevole in questo ruolo è l’interpretazione di Melanie Lynskey, un’attrice neozelandese con un’ampia esperienza di cinema e televisione. La Lynskey offre al suo personaggio un giusto equilibrio fra sofferenza e commozione da una parte e dignità e generosità dall’altra. Supportata dal marito, vivendo con lui una forte sintonia, la madre in campo è davvero esemplare e trasmette una forte empatia. Pur registrando che, nonostante la tematica lo farebbe ipotizzare, il film non fa nessun accenno alla dimensione trascendentale della vita, Don’t Say Good Luck, disponibile su Netflix, ha tutte le caratteristiche per essere consigliato in una visione famigliare.
Giovanni Capetta
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