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Everything Everywhere All at Once


TITOLO ORIGINALE: Everything Everywhere All at Once
REGISTA: Daniel Kwan
SCENEGGIATORE: Daniel Kwan
PAESE: USA
ANNO: 2022
DURATA: 140'
ATTORI: Michelle Yeoh, Stephanie Hsu, Jonathan Ke Quan, James Hong, Jamie Lee Curtis
SCENE SENSIBILI: alcune scene con elementi volgari
1 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 5

Evelyn è un’immigrata cinese che gestisce una lavanderia a gettoni. La sua vita è un caos di fatture, impegni e relazioni rancorose, costellata da ripetuti insuccessi e decisioni cariche di rimpianti. Il padre Gong Gong si è appena trasferito da lei, suo marito Waymond prepara le carte per il divorzio, e la figlia lesbica Joy accusa la madre di non sostenerla. Ma presto Evelyn scoprirà che il suo è solo un universo tra i tanti, dove invece lei ha percorso strade e vite diverse. E l’equilibrio del multiverso è messo a repentaglio dalla terribile Jobu Tupaki, che intende distruggerlo risucchiandolo nel nulla cosmico.

Azione, assurdo e filosofia

Everything Everywhere All at Once, è un film curioso; con tutto il rispetto e il potere che questa parola racchiude. Incuriosisce e fa piegare il collo al pubblico, sorpreso e affascinato da un imprevisto. Il film stesso è imprevedibile, mischiando generi, citazioni e immaginari topici in un cocktail esplosivo dell’assurdo. Le risate non mancano in sala quando da un universo in cui tutti gli uomini hanno degli hotdog al posto delle mani, si passa a battaglie con i dildo e i plug anali, fino a un mondo deserto in cui due sassi parlano in didascalie.
Ma va riconosciuto e sottolineato che l’assurdo non giunge senza ragione: le implicazioni filosofiche che ne emergono infatti sono tutto fuorché scontate.

Da Joyce a Kwan

La Eveline di Joyce sostava sulla banchina, stretta al bivio di due vite: realizzarsi e fuggire o rimanere. Questa novella Evelyn si è trovata spesso a quel bivio; ed è sempre rimasta. Sogni infranti, opportunità perdute, sacrificati in un rapporto professionale-coniugale stantio.
È qui che entra in gioco il primo tema essenziale del multiverso: “e se”? Se la vita fosse diversa, se in un qualche luogo remoto del “brodo multiversale” i nostri sogni si fossero realizzati e finalmente la nostra vita fosse “bellissima”.
Fin qui nulla di nuovo sotto il sole, e infatti nella sua prima mezz’ora il film rischia di annoiare. Ma il suo sviluppo sorprende piacevolmente. La pellicola scritta e diretta da Daniel Kwan si scomoda sul piano dell’esistenzialismo, universale e ontologico. L’iniziale cupidigia che sorge scoprendo che altrove la nostra vita potrebbe essere (forse) preferibile… si ferma quando realizza le implicazioni di quel “altrove”. Altro e molteplice mettono a repentaglio un concetto base: il senso di “unico”. Abbiamo una vita, una storia, una coscienza. Ma se non fosse così? In fondo a questa via la strada è sbarrata e sorge una domanda: “allora che cosa importa davvero?”.

Nothing Nowhere Doesn’t Matter

Il relativismo multiversale si chiude in ultima battuta nella tentazione nichilistica. Nulla ha senso e nulla conta, perché “tutto” significa anche “il contrario di tutto”. È questa la provocazione della terribile e non più così terribile Jobu Tupaki.
Eppure… qualcosa persiste. “Ca**o! Speravo che se anche tu l’avessi visto mi avresti detto che mi era sfuggito qualcosa!”. Ciò che persiste è una disperata domanda di significato: “dimmi che ho torto!” chiede implicitamente l’avversaria. Tutto appare futile ma il cuore esige che non lo sia. “A prescindere da tutto voglio stare qui con te”, dice la madre alla figlia. Un’invincibile speranza chiama a mettersi in gioco, ovunque, in ogni improbabile deviazione che la vita può assumere.
E si potrebbe dire e discutere di molto altro del film, come il valore della semplicità e della costanza, di cosa significhi amare, lasciar andare e riprendere e abbracciare. Ci si interroga su cosa sia un io e cosa sia l’adesso. Tante cose; forse troppe e spesso ambigue.
Ma non si può negare che il film sappia colpire e addirittura commuovere. Non lo farà nel modo più ortodosso, ma alla fine ci offre di sperare, e sperare ancora.

Alberto Bordin

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