1949, dopo anni di esilio, lo scrittore tedesco Thomas Mann rientra in patria. La figlia Erika lo accompagna in auto da Francoforte (Germania Ovest) a Weimar (Germania Est). Lungo il tragitto, Thomas pronuncia discorsi sulla linfa vitale della cultura tedesca, cercando di ispirare la ripartenza del suo popolo. Ma la persona meno convinta dalle sue conferenze è proprio Erika. A distanziarla dal padre è anche la loro diversa reazione alle allarmanti notizie sulla prostrazione in cui vive Klaus Mann, figlio dell’uno e fratello dell’altra. Tra i due si innalza una barriera più profonda dello spartiacque tra le due Germanie.
Per quanto circoscritto nello spazio, Fatherland è un tipico racconto di viaggio. E non è necessariamente riservato ad un pubblico colto: all’intellettuale Thomas Mann (1875-1955), che rischia di smarrirsi nella propria meditazione accademica, è infatti contrapposta Erika. Per lei, rivivificare la Germania significa innanzitutto ritrovare la vita in sé. E farla ritrovare a chi sembra non farcela a non soccombere: è il caso di Klaus, di cui Thomas non sembra curarsi granché. Risolvere il lutto di un popolo in frantumi implica il restauro di sé stessi e di chi si ha accanto. Il che non può avverarsi in forza di una lectio magistralis, neanche se impartita da un Premio Nobel.
Lezione comunque valida: acclamato da alcuni e detestato da altri, Thomas è disinteressato a schierarsi incondizionatamente a favore del sistema liberale o di quello sovietico. Destinato dunque a scontentare più d’uno (o ad essere sfruttato da ognuno a proprio vantaggio), il suo obiettivo è il recupero del cuore pulsante dell’identità tedesca, antecedente la spartizione del suo popolo tra due governi agguerritamente rivali.
Al sinistro culto della morte che ha innervato la cultura nazionale fino al nazismo, Thomas contrappone – individuandolo in Goethe – il pur presente anelito alla vita, di fatto sinonimo di quel motore vivificante che è l’amore. Thomas è inoltre convinto che i sistemi debbano servire la persona e non viceversa; e che, in ogni caso, essendo l’uomo una creatura zoppa, qualunque suo tentativo di edificare un sistema perfetto sia destinato a fallire.
Il ritorno di Thomas non è esattamente un trionfo: la Germania che lo attende lo lascia (di nuovo) senza patria. Ancor più dolente è l’esilio di Erika, che considera le dissertazioni del padre un mero – e forse compiaciuto – rituale condannato all’ininfluenza, impotente di fronte alle nuove autorità; più in profondità, incapace di offrire risposte personali.
Se il film riesce a farsi seguire senza eccessiva difficoltà è anche grazie alla presenza di una protagonista che dell’anelito di vita di cui predica il grande scrittore è la personificazione, senza la quale tutto ricadrebbe nell’astrazione. Anelito silenzioso e malinconico, ma presente e non rassegnato. Il tetro impulso alla morte è invece incarnato da Klaus, cui il film dedica la sequenza d’apertura: un’esistenza fatta di relazioni omosessuali e di abuso di droga, insoddisfatta di entrambe le cose, come di qualunque altra.
Si fa progressivamente strada una domanda: dov’è casa? Coincide con l’appartenenza ad un popolo? È un’istituzione politica o ha a che fare con le relazioni personali? È un luogo geografico o risiede altrove? Significativa in tal senso la sequenza finale – che non sveliamo –, in cui la possibile ripartenza individuale, familiare e nazionale viene rintracciata dove forse né Thomas, né Erika avrebbero previsto. Paradossalmente, ad averla intravista per primo sembra proprio il disilluso Klaus.
In effetti, il suo fantasma accompagna padre e figlia lungo la via. È forse anche a questo che si deve il bianco e nero ormai caratteristico del cinema di Paweł Pawlikowski, il cui riconoscibile marchio di fabbrica include lo statico, calcolato, elegante ma sobrio rigore dell’immagine. Al di là della valenza pseudo-documentaria, l’assenza del colore allude forse al pallore spettrale di una terra attraente ma gelida, invernale nonostante l’ambientazione estiva; un fosco Ade in attesa di rinascita.
Può darsi che la compostezza della messinscena, unita al meditativo silenzio di alcune sequenze, non favorisca l’immedesimazione. Non sembra però che Fatherland sfoci nell’intellettualismo: il suo significato ne implica semmai il superamento. Nel grande caos della storia umana, mentre si celebrano riti e si intonano cori solenni, mentre in Germania Est si promette che nessuna madre piangerà mai più il proprio figlio, un padre e una figlia si domandano su cosa possa davvero non lasciare l’ultima parola alla morte. In fondo la «fatherland» («patria») di cui si sta davvero parlando è questa.
Marco Maderna
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