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Flee


TITOLO ORIGINALE: Flugt
REGISTA: Jonas Poher Rasmussen
SCENEGGIATORE: Jonas Poher Rasmussen e Amin Nawabi
PAESE: Danimarca
ANNO: 2021
DURATA: 83'
ATTORI: con le voci italiane di Davide Albano, Francesco Pezzulli e Marco Baroni
SCENE SENSIBILI: alcune scene cruente da repertorio documentario
1 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 5

A Copenaghen, Amin è intervistato da Jonas, per raccontare la sua fuga dall’Afghanistan. L’infanzia a Kabul, con il fratello, le due sorelle e la madre è sconvolta dalla perdita del padre, fatto sparire dalla polizia governativa. Nel 1989, con la presa del potere dei Mujaheddin, dopo il ritiro sovietico, Amin e la sua famiglia si rifugiano a Mosca ma qui subiscono gli abusi della polizia corrotta e il fratello maggiore, già in Svezia, tratta coi trafficanti per portarli lì. Prima le due sorelle, ma il loro viaggio le lascia mezze morte dopo giorni in un container. Poi Amin, il fratello e la madre cercano la salvezza su un’imbarcazione clandestina, ma vengono fatti tornare in Estonia. Solo nel 1995 Amin raggiunge Copenaghen ma la condizione del trafficante è che dichiari falsamente che tutta la sua famiglia è stata uccisa. Con questo segreto Amin convive tranne quando fa visita ai fratelli a Stoccolma, rivelando con timore la sua omosessualità. Amin, che fino a quel momento ha sempre dato la precedenza alla carriera universitaria, adesso ha deciso di unirsi al suo compagno Kasper in una nuova casa tutta per loro.

Quando la forma esalta il contenuto

La cruda drammaticità di Flee ha ottenuto tre candidature agli Oscar 2022. Come miglior film straniero (prima volta in assoluto per un film d’animazione) e poi, appunto, come film d’animazione e come documentario: un successo in buona parte dovuto al coraggio di raccontare una storia vera e tragica attraverso una tecnica visiva accattivante che paradossalmente immerge e al contempo attutisce le emozioni dello spettatore. Attraverso tratti sferzanti, dissolvenze oniriche e colori tetri, nonché con gli inserti dei filmati di repertorio, si vivono profondamente le paure del protagonista e si desidera fino all’ultimo che trovi la pace che merita. Suggestivo è come il male più accecante venga illustrato, quasi per sottrazione di luce, con declinazioni di buio, come nel naufragio della barca nel Baltico, o alla chiusura della camionetta dove intuiamo che la polizia abuserà di una ragazza senza documenti. Il merito è quindi duplice: portare alla ribalta una vicenda di immigrazione che si fa paradigma di una situazione mondiale attualmente ancora più tragica e contemporaneamente dimostrare che l’Europa può ancora dire la sua nella sperimentazione di tecniche e modalità di linguaggio visivo davvero efficaci.

L’uomo non è fatto per fuggire

Amin è un bambino felice ed eccentrico, ma per tutto il racconto i suoi sono dolorosi distacchi e fughe dalla violenza e il titolo del film è appunto: “fuggi”. Il protagonista fugge dalla spensieratezza, dal suo Paese, dalla sua famiglia, di cui, anzi, gli è chiesto di dimenticare l’esistenza, qualcosa a cui naturalmente la memoria si ribella. Un piccolo eroe prometeico che lotta contro forze molto più grandi di lui e la cui disperazione ad ogni sequenza è davvero tangibile. Infine in Afghanistan non esiste la parola “omosessuale” e Amin da allora fugge per tutta la gioventù questa sua condizione, come una malattia, chiedendo in Danimarca le medicine per guarirne. Anche grazie al fatto che l’intervista, con il continuo primo piano di Amin sdraiato, appare una sorta di seduta di psicoterapia, non è difficile interpretare che l’intenzione del regista e di Amin stesso – coautore della sceneggiatura – sia quella di assimilare la ricerca della libertà politica che si ha il diritto di conquistare dalle oppressioni esterne dei tanti Paesi visti nel film, con quella relativa all’identificazione del proprio orientamento sessuale. Se questa operazione è bene che resti oggetto di dibattito, prevale l’apprezzamento per la sottolineatura della dimensione curativa della narrazione che rende Flee un film all’insegna della speranza. Per Amin all’inizio “casa è un luogo dove sai che potrai restare e non dovrai abbandonare” ed è in un posto così che il film ci conduce.

Giovanni M. Capetta

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