Will Harris è un giovane capretto orfano con la passione per la pallaruggente (una versione più estrema e anche più spettacolare del basket) che lavora come rider per una tavola calda ma non ha nemmeno i soldi per pagare l’affitto del garage in cui dorme. Quando era piccolo sognava di diventare un giorno un giocatore dei Thorns, la squadra locale di cui anche sua madre era tifosa, e di fare la differenza in campo come l’idolo Jett Fillmore, una pantera tutta balzi e schiacciate. Sono passati dieci anni da allora e Will continua a sognare la grande occasione, allenandosi da solo su un campetto di periferia. Ma lui è un piccolo (i giocatori di pallaruggente sono classificati in base alla taglia, come le razze dei cani…) e anche se è molto bravo a tirare, non sembra avere speranze concrete contro le gigantesche star del campionato professionistico. Finché un rovescio della sorte, un video su internet che diventa virale, sembra poter cambiare le carte in tavola. Chissà cosa ne penserà Jett, il leader della squadra, che vuole vincere sempre ad ogni costo, di avere in squadra un compagno così piccolo?
Non è difficile riconoscere nel protagonista e tra le righe della trama, riferimenti al giocatore NBA Steph Curry che figura infatti tra i produttori con la sua Unanimous media (c’è anche la Sony Animation, che recentemente ha realizzato Kpop Demon Hunters) con cui ha prodotto film anche molto belli e toccanti come Atto di fede (Breakthrough).
La storia della giovane capretta al centro della vicenda (che a scanso di equivoci ha anche gli stessi riccioli del play di Golden State) riprende l’archetipico conflitto di Davide contro i Golia, in cui un outsider di piccola, piccolissima statura (qualcuno però, nel film, direbbe di taglia media) deve confrontarsi con gli agguerriti e terribili giganti che dominano la lega di pallaruggente. La sfida, nel cartone come nella vita, è improba e trova fondamento in un vecchio adagio (in realtà ormai ampiamente superato, io credo) secondo cui ai bambini troppo gracili viene spesso detto che non possono fare sport ad alto livello. Ma nella vita, come nei cartoni, i luoghi comuni sono fatti per essere smentiti.
Oltre alla questione fisica, il film sottolinea anche l’aspetto economico come condizione di svantaggio per una realizzazione personale, e sposta la parabola del protagonista dal piano meramente atletico e sportivo anche a quello sociale ed umano, portando in scena efficacemente anche il contrasto tra il lusso sfarzoso dello star system e l’umiltà della realtà di provenienza, fatta di cose semplici e vecchi amici.
Goat è quindi ricco di spunti di riflessione e anche capace di far ridere – c’è persino una divertente caricatura di atleti-rapper ossessionati dal look, che passano le giornate dal barbiere o a fare dissing sui social – ma al centro della trama c’è comunque il basket e a chi piace questo sport, ed in particolare l’NBA, sicuramente piacerà molto anche questo film che ripropone, ovviamente in chiave esagerata e cartoonesca, personaggi, situazioni e dinamiche che verosimilmente caratterizzano la pallacanestro e tutto ciò che le ruota attorno, a cominciare delle fredde logiche economiche e commerciali del professionismo, che soffocano lo spirito sportivo più autentico.
Nel titolo poi si nasconde un simpatico ed efficace gioco di parole, per cui in inglese la capretta del titolo (the GOAT appunto) è anche l’acronimo con cui nel mondo dei media si indica ipoteticamente il giocatore più forte di tutti i tempi in un determinato sport.
Da ciò consegue a livello tematico la contrapposizione tra individualismo e gioco di squadra – argomento inevitabilmente già esplorato in altri film sportivi (già accarezzato ma con risposte differenti in Space Jam) – che porta poi anche a dover distinguere tra i diversi tipi di vittoria: da una parte quella sportiva, dall’altra quella umana la quale, più che con il raggiungimento di un qualche tipo di risultato, anche straordinario, ha più a che fare con i rapporti con le persone che abbiamo vicino. E il film sembra dirci che in fondo, ciascuno a modo suo, il goat sono tutti.
Gabriele Cheli
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