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Heart of the Beast


TITOLO ORIGINALE: Heart of the Beast
REGISTA: David Ayer
SCENEGGIATORE: Cameron Alexander
PAESE: USA
ANNO: 2026
DURATA: 101'
ATTORI: Brad Pitt, J. K. Simmons, Anna Lambe
SCENE SENSIBILI: numerose sequenze di tensione; alcune sequenze di violenza; immagini cruente; turpiloquio
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James Belmont, veterano delle forze armate speciali, vive solitario nelle selvagge lande dell’Alaska. Lontano dalla guerra e dalla società civile, sorvola i ghiacciai e le foreste a bordo del suo idrovolante, in sola compagnia del fedelissimo pastore tedesco Odino. Ma un attacco cardiaco lo sorprende in volo, provocando lo schianto del velivolo. Per salvarsi, cane e padrone sono obbligati a percorrere miglia a piedi, in lotta contro la natura ostile. 

 

Il «cuore» di un animale

Heart of the Beast è un classico racconto di viaggio, nonché un cosiddetto survival movie, una storia di sopravvivenza. E dell’uno e dell’altra conserva intatti i limiti più tipici, risolvendosi in poco più che una mera ed episodica sequenza di scontri fisici contro gelo, sentieri impervi e predatori. Non che il film non si lasci guardare: la sincera tenerezza del tenace legame tra James e il suo segugio, abbinata alla maestosa e incontaminata imponenza del paesaggio, rende la visione di Heart of the Beast ugualmente piacevole.

Tuttavia, la granitica complicità tra James e Odino tale è e tale resta, annullando di fatto qualunque cambiamento nel primo. Quanto al secondo, da lui non ci si può certo attendere il dispiegarsi di chissà quale composita vita interiore o partecipazione emotiva. A dispetto del «cuore» cui allude il titolo, e nonostante James, nel lasciarsi alle spalle il consesso umano, abbia fatto del pastore tedesco la sua unica compagnia, resta il fatto che le (pur ottime) qualità di Odino non oltrepassano quelle proprie della razza canina.

 

Creatura tra le creature

A distinguerlo da altri esemplari della sua specie è l’addestramento militare. Odino è infatti un cane da guerra: ha prestato servizio in Medioriente assieme al suo padrone e, come lui, manifesta una forma di stress post-traumatico (oltre a portare una protesi in titanio). In lui, alla proverbiale fedeltà dei suoi simili, si aggiunge una certa perizia nel combattimento e nel soccorso.

Ma forse, al di là del «cuore» che Odino manifesta in virtù della sintonia col suo padrone, il vero «cuore» cui Heart of the Beast vuole alludere è quello della «bestia» James Belmont. Un cuore – letteralmente – in sofferenza e che, senza il suo amico a quattro zampe, lo sarebbe ancora di più. Per sua stessa ammissione, in assenza di Odino, James sarebbe rimasto soltanto un soldato: il che, verosimilmente, significa che la guerra l’avrebbe brutalizzato senza rimedio. E che il fido Odino porti il nome di una divinità potrebbe in effetti alludere ad un suo ruolo salvifico.

Ciò non toglie che la peculiare love story proposta da Heart of the Beast risulterà difficilmente paragonabile all’amore tra due persone. A meno che l’intenzione del film non sia quella di guardare all’umano come ad una creatura tra le altre creature: in effetti, isolato nei remoti meandri dell’Alaska, la condizione creaturale è tutto quel che resta al soldato James Belmont, ciò che più lo accomuna al suo fido compagno. Viandante sempre più esausto e vulnerabile, sempre più spogliato delle sue risorse, James è obbligato ad un incalzante a tu per tu con un cosmo attraente e letale ad un tempo. In questo, il rapporto col mondo animale può senz’altro ricordare all’uomo qualcosa della sua natura.

 

La vita è una battaglia sempre e comunque

Quel che è certo, è che la vita è una battaglia che non ha mai fine: la guerra che James sperava di consegnare al passato lo ha ugualmente raggiunto in Alaska, dove lui e Odino sono costretti a combattere assieme di nuovo, contro un territorio selvaggio che non dà loro tregua.

È anche per questo che il film non sembra voler essere una semplice fiaba, col solo obiettivo di scaldare i cuori, di confortarli con affettuosi sentimenti: riferimenti a veterani di guerra e missioni militari in Medioriente, uniti alla schietta brutalità di certe sequenze, spingono ad escluderlo. Heart of the Beast è in cerca di una pace più profonda. Ma è come se non osasse o fallisse nel dirlo: tant’è che, in definitiva, sembra più preoccupato del destino di Odino che non di quello di James, di celebrare il servizio militare dei cani da guerra che non altro.

Fatto che può lasciare con due impressioni contrastanti: da un lato, quella di aver assistito ad uno spettacolo di statura lirica e sublime. All’estremo opposto, che la sintesi finale sia tutta qui: che amabili e vantaggiose qualità hanno i cani.

 

Marco Maderna

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