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I figli della scimmia


TITOLO ORIGINALE: I figli della scimmia
REGISTA: Tommaso Landucci
SCENEGGIATORE: Tommaso Landucci, Damiano Femfert
PAESE: Italia
ANNO: 2026
DURATA: 109'
ATTORI: Riccardo Scamarcio, Fausto Russo Alesi, Lidiya Liberman, Cristina Odasso, Tancredi Naldini, Andrea Aggio, e con Luigi Diberti
SCENE SENSIBILI: nessuna
1 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 51 vote, average: 4,00 out of 5

Dario è il padre di un bambino con disabilità, a cui dedica ogni energia, e ha un rapporto profondo con il figlio adolescente di suo fratello.

 

Dario (Riccardo Scamarcio) è un giovane padre di un bambino con disabilità, al quale dedica ogni cura e ogni attenzione. La sua vita sembra interamente organizzata intorno alle necessità del figlio Enrico: accompagnarlo, accudirlo, proteggerlo, interpretarne i bisogni. Ma Dario è anche lo zio di Giacomo, un adolescente normale, poco interessato allo studio e al clarinetto, ma animato da una passione che proprio grazie allo zio trova una direzione: il motocross. Nel crescente legame con il nipote, Dario ritrova inconsapevolmente il figlio che avrebbe voluto avere e finisce per assumere, con lui, quel ruolo paterno che forse avrebbe potuto vivere diversamente. Iniziando, inconsapevolmente, a sostituirsi a Roberto, suo fratello (Fausto Alesi), un uomo completamente diverso da lui, fisicamente e moralmente.

Il titolo di questo intenso e commovente film proviene da una fiaba di Esopo, nella quale una scimmia ha due figli ma ne nutre soltanto uno, quello che preferisce. È una scelta che diventa metafora di un sentimento apparentemente impossibile da accettare: l’amore a volte può non essere sempre equamente distribuito, nemmeno all’interno della famiglia. Nel caso di Dario, però, non esiste una scelta tra due figli. C’è Enrico, il suo unico figlio, che chiama dolcemente Henry e c’è Giacomo, che poco a poco entra in uno spazio affettivo sempre più profondo.

Enrico, interpretato da un ragazzo realmente disabile (il bravo e coraggioso Andrea Aggio), comunica soprattutto attraverso gli occhi. Si muove su una carrozzina, non parla, emette suoni e ha difficoltà nella deglutizione dovute a una malformazione. Dario se ne prende cura insieme alla moglie (la brava Lidiya Liberman, vista in Maternal di Maura Delpero) con una dedizione assoluta. La sua esistenza sembra essere scandita dalle necessità del figlio: anche quando lo accompagna in piscina, porta con sé il computer per continuare a lavorare. Non c’è, apparentemente, uno spazio della sua vita che non sia attraversato dalla responsabilità di essere padre. Dario però non è perfetto. La pazienza che ha nei confronti del figlio sembra inversamente proporzionale a quella che nutre verso gli adulti: perde facilmente la pazienza quando è alla guida o quando qualcuno gli impone di rispettare regole che percepisce come ostacoli. È un uomo che ama profondamente il proprio figlio, ma che allo stesso tempo sembra portare dentro di sé una fatica difficile da confessare. Ed è proprio questa imperfezione a renderlo credibile: in questa zona più ambigua e più umana il film trova la sua forza narrativa ed espressiva.

Il rapporto con il nipote, invece, nasce quasi inconsapevolmente. Dario comincia a dedicargli tempo, a seguirlo, a condividere con lui la passione per il motocross. Quello che all’inizio potrebbe sembrare semplicemente il rapporto affettuoso tra uno zio e un nipote diventa progressivamente qualcosa di più complesso. Giacomo rappresenta tutto ciò che suo figlio Henry non può essere: un ragazzo che parla, che corre, che può scegliere, ribellarsi, sbagliare, andare in moto. Ma soprattutto è il figlio che Dario può accompagnare in un’altra forma, senza che ogni gesto debba necessariamente essere legato alla cura.

 

L’idea di paternità

I figli della scimmia non racconta soltanto l’amore di un padre per un figlio con disabilità, ma mette in discussione l’idea stessa di paternità. Cosa significa essere padre veramente? Il film scava nell’animo di Dario e, attraverso di lui, nelle contraddizioni di chi è chiamato a dedicare gran parte della propria vita a un figlio con disabilità. Ma lo fa evitando, per quanto possibile, la retorica della sofferenza e della pietà.

Anche la regia sembra muoversi nella stessa direzione. Il regista (che ha diretto gli attori in un modo così credibile da sembrare cinema del reale) ricorre raramente al primo piano, riservandolo soprattutto ai momenti in cui è necessario entrare nelle emozioni di Dario. Più spesso preferisce il campo lungo, lasciando che i personaggi abitino lo spazio e che siano i loro gesti, le distanze e i silenzi a raccontare i rapporti. È una scelta che permette al film di non sottolineare continuamente ciò che dovremmo provare perché non spinge alla commozione ma all’osservazione.

Questa scelta è particolarmente significativa nelle scene che riguardano Enrico. Il film non insiste sulla sua disabilità attraverso immagini costruite per suscitare compassione. Al contrario, lo osserva nella sua quotidianità, nei momenti di gioia e di difficoltà. E colpisce profondamente il fatto che a interpretarlo sia un ragazzo realmente disabile, la cui presenza restituisce al personaggio una verità fisica e umana difficilmente riproducibile. Enrico ride, piange, reagisce di fronte ai vestiti da indossare non particolarmente desiderati. La macchina da presa sembra così rifiutare ogni semplificazione: non c’è il padre eroico da celebrare, non c’è il figlio da compatire, non c’è una famiglia idealizzata. Ci sono persone che cercano, spesso faticosamente, di volersi bene. E forse il film suggerisce proprio questo: che l’amore familiare non coincide necessariamente con la perfezione, ma con la capacità, talvolta imperfetta, di esserci e di amare.

Vincitore del Premio Solinas per la migliore sceneggiatura nel 2021 insieme a Damiano Femfert, Tommaso Landucci nelle sue note di regia scrive:

“Parlando con alcuni di loro (padri, n.d.r.), mi ha colpito scoprire che spesso, prima del dolore per un figlio nato con una disabilità, arriva quello di una perdita: il lutto per ‘l’altro figlio’, quello immaginato e atteso durante la gravidanza, al quale devono dire addio prima ancora di averlo incontrato. E allora mi sono chiesto: cosa accade a un padre se poi quel figlio compare? Se si trova improvvisamente davanti al figlio che aveva sempre immaginato e desiderato avere?” È questa domanda, più ancora della disabilità, a costituire il cuore del film.

 

Emanuela Genovese

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