Mississippi, 1932. Dopo anni trascorsi a Chicago, i gemelli Smoke e Stack Moore tornano nella nativa Clarksdale e acquistano una segheria dismessa. Coinvolto il giovane cugino Sammie, aspirante musicista blues, allestiscono un juke joint, una rudimentale sala da ballo per afroamericani. Al tramonto, il locale è già pronto all’inaugurazione. Ma un gruppo di demoniaci vampiri, guidati dall’infido irlandese Remmick, si prepara a far strage dei neri radunati all’interno.
Ambientato nel Sud degli Stati Uniti negli anni della segregazione razziale, I peccatori ha raggiunto il record di 16 nomination agli Oscar: di queste, la maggioranza è più che comprensibile, specialmente nelle categorie tecnico-artistiche. Lo sono decisamente meno quelle per il miglior film e per la miglior sceneggiatura originale. A dispetto infatti della buona accoglienza del pubblico (circa 370 milioni di dollari globali) e dell’entusiasmo di molta critica, gli elementi problematici non sono pochi.
I peccatori è assai povero di trama. Occorre attendere un’ora prima che la banda di Remmick si approcci al malcapitato juke joint. Dopodiché, tutto si riduce allo sconcertante sprigionarsi di una truce mattanza, secondo uno schema (dichiaratamente) figlio del cinema di Quentin Tarantino.
La prima parte della pellicola tratta unicamente del reclutamento del personale del juke joint da parte di Smoke e Stack, occasione per una dettagliata ricostruzione del microcosmo del Delta del Mississippi: regione multietnica – bianchi, neri, alcuni asiatici e una tribù di indiani Choctaw – e traboccante di musica, dove le remote radici del blues (tradizionalmente afroamericano) incontrano il gospel e il repertorio irlandese-scozzese all’origine del country (tradizionalmente bianco). E dove il cristianesimo convive con la stregoneria: si mormora infatti che i musicisti siano come sciamani, in grado di evocare il mondo degli spiriti, con l’insidioso effetto collaterale di risvegliare anche i demoni.
Da qui una singolare giustapposizione di musical, horror ed ulteriori elementi sovrannaturali Parlare di vera e propria commistione è eccessivo: il film è infaustamente diviso in due metà, di cui solo la seconda – come se avesse inizio un’altra storia – è dedicata all’assalto dei vampiri.
A tutto questo si aggiunge -ed è strano per un regista-sceneggiatore come Ryan Coogler (Creed, Black Panther)- un disordinato mosaico di suggestioni tematiche, perlopiù affidate a poche battute. Innanzitutto, i juke joint vengono raccontati come il luogo di una comunione alternativa a quella ecclesiastica: parte della comunità nera rifiuta infatti il cristianesimo, considerandolo un’imposizione dei bianchi. Per costoro – dei peccatori, a giudizio altrui – solo il blues è genuinamente identitario. Ed è l’unica fonte di libertà possibile: libertà che consiste in un temporaneo sollievo dalle martorianti piantagioni di cotone.
Nonostante la clientela del juke joint sia (quasi) esclusivamente nera e l’antagonista Remmick sia bianco, bisogna dunque escludere che si tratti di un conflitto tra bianchi e neri. Del resto, determinato a fare dell’umanità intera una comunità di morti viventi, Remmick trasforma in vampiri come lui anche i non-bianchi, annullando ogni distinzione razziale tra gli schieramenti.
La sua orda è forse un polemico simbolo del cristianesimo? No, dato che Remmick lamenta a sua volta l’evangelizzazione della sua Irlanda (alquanto discutibilmente descritta alla stregua di un’invasione straniera). Forse la sua è la deforme reazione di un oppresso che si fa oppressore a sua volta? Certi indizi spingono a crederlo. Ma anche all’interno del juke joint c’è chi ha vissuto una trasformazione simile: a Chicago, Smoke e Stack sono diventati minacciosi gangster.
Come se non bastasse, ad attirare Remmick – la musica può ridestare il diavolo – è il canto stesso intonato dal loro cugino Sammie. Ma allora il blues che redenzione offre? Non ha forse ragione chi lo considera fonte di peccato? E perché Remmick sostiene che Dio e diavolo sono una sciocca invenzione imposta alle coscienze? Lui non è forse un diavolo?
E che dire della breve comparsa del Ku Klux Klan? Alcuni suoi membri vengono vampirizzati da Remmick. Altri tendono un’ulteriore imboscata al juke joint: fatto che aggiunge solo sangue ad altro sangue. Davvero troppi i conti che non tornano.
I peccatori vorrebbe raccontare i juke joint come una leggendaria stagione di libertà: tanto intende esaltarne il valore da derubricare il resto della civiltà occidentale ad oppressiva menzogna. Ma l’alternativa – così come ci è riferita – non sembra un granché: qualche ora di musica che intervalli la durezza del quotidiano. Brevi effusioni di sentimento, anche a costo di attirarsi l’ostilità di non meglio identificati avversari (i vampiri): in tal caso, non resta che sbrigarsela con le armi. E pazienza se la nostra danza dovesse fare il gioco del maligno: non esiste alcuna redenzione, soltanto sparute oasi di pace. Al di fuori di quelle, la legge della giungla.
Marco Maderna
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