Nel 2019 un giornalista incontra Vadim Baranov, ex spin doctor del Cremlino ormai ritiratosi a vita privata, che accetta di raccontare la propria parabola da drammaturgo e produttore televisivo nella Russia degli anni Novanta a consigliere del futuro presidente Vladimir Putin. Artefice della narrazione del nuovo regime, Baranov accompagna le tappe principali dell’ascesa di Putin, lasciandosi affascinare dal potere e dai meccanismi della politica sino a rischiare di perdersi.
Il film è l’adattamento del romanzo omonimo di Giuliano Da Empoli, professore di politica comparata che, attraverso l’immaginaria figura di Vadim Baranov, ispirata al politico Vladislav Surkov, racconta con chirurgica precisione i passaggi che hanno portato alla rapida ascesa di Putin da anonimo agente dell’FSB a nuovo “zar”.
Il regista francese Olvier Assayas (Irma Vep, Sils Maria, Il gioco delle coppie), affiancato da Emmanuelle Carrère nella sceneggiatura, sceglie la strada della fedeltà, imbastendo un racconto gelido sui retroscena strategici, una sorta di guida che, in più punti, ripercorre come si possa inventare dal nulla una nuova figura e un nuovo stile politico. Il film parte dalla particolarità della storia russa ma diventa, via via che cresce la posta in gioco, paradigmatico di dinamiche di potere più trasversali e universali.
Il versatile Paul Dano, nei panni del protagonista Baranov, interpreta con inquietante efficacia la figura spregiudicata e carezzevole dello spin doctor che, partendo dal mondo dell’intrattenimento, si trova a dover inventare non più la finzione ma la realtà.
Il racconto vive due tempi, con ritmi ed estetiche diverse: la vicenda inizia nel cuore degli anni Novanta, con il crollo dell’Unione Sovietica, uno dei periodi più interessanti della storia, in cui, come viene raccontato dal film, un’intera generazione si trova a dover reinventare tutto da capo, con possibilità prima inimmaginabili: imprese, istituzioni, persino intere classi sociali che sorgono come funghi da un giorno all’altro. Baranov si trova immerso in questo clima esplosivo a vent’anni, nel pieno delle sue energie creative e del desiderio di incidere sul mondo. È in questo momento che vive anche la fase più vitale del suo amore per Ksenija (Alicia Vikander): anni sregolati, vissuti da drammaturgo e da produttore di reality show, che lasciano bruscamente il posto a un altro ritmo e persino a un’estetica diversa quando Baranov sceglie la strada di suo padre e di suo nonno, passando dalla parte del potere.
Qui il racconto inizia a farsi misurato, rarefatto: due film in uno che ben inquadrano questa trasformazione.
Il mago del Cremlino va preso per quello che è: una lente di ingrandimento sulle dinamiche di potere e quindi sull’operato (e non sull’intimità) di oligarchi famelici, di viscidi cortigiani e di uno zar spietato, di cui Jude Law interpreta bene la forza e il gelido carisma.
Il popolo, che con la sua esistenza orienta e legittima il potere raccontato, non fa parte della narrazione se non come concetto astratto, oggetto da conquistare o rapida comparsa. L’attenzione è rivolta ai macromovimenti della Storia, non all’individualità dei personaggi raccontati.
Anche uno dei passaggi più interessanti, quello in cui Baranov ingaggia gli scalcagnati movimenti di sovversione, dai centauri punk ai fanatici religiosi, per quanto percorso di ironia non diventa mai occasione per una rappresentazione più individualizzata e personale: ciascuno è inchiodato al suo ruolo nel gioco più grande.
Ne consegue la difficoltà di empatizzare con i protagonisti, imprigionati nella dorata cabina da cui manovrano la storia: a dimenticarsi della loro umanità non sono solo loro, ma a volte anche chi li racconta, legittimamente interessato all’intrico, al gioco della loro ragnatela. Una freddezza profonda pervade il film, congelando qualsiasi slancio emotivo, anche l’amore con Ksenija, in cui è difficile credere fino in fondo, persino l’affetto paterno, unica nota di purezza in una vita consegnata al potere.
Ma l’empatia non è sempre il punto e quella di Assayas è una scelta di campo e di stile, assolutamente legittima, che assicura coerenza e un taglio preciso all’opera, dotata di un ritmo e di una struttura solidi, precisi. Inevitabilmente, però, è una scelta che seleziona: Il mago del Cremlino piacerà probabilmente a chi cerca nel cinema uno strumento per capire, decostruire, decodificare, mentre potrà forse lasciare più indifferente chi è alla ricerca di un’esperienza più eminentemente estetica ed emotiva.
Capire oggi è un’esigenza sempre più pressante, un’urgenza che rende questo film importante e attuale, forse però non memorabile, in quanto privo di un guizzo più intuitivo, creativo, addirittura profetico che a volte il cinema possiede e che può indicare la strada a una comprensione più profonda, per quanto meno sistematica.
Eleonora Recalcati
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