È il 1575 quando un giovane Miguel De Cervantes, alcuni anni dopo aver combattuto con la Lega Santa nella battaglia di Lepanto, è stato catturato dai pirati ottomani ed imprigionato presso la corte di Hasan Bajá, signore di Algeri. Qui, in attesa che qualcuno della sua famiglia o delle sue nobili frequentazioni europee riesca a raccogliere l’esorbitante prezzo fissato per il suo riscatto, inventa una storia, “Il Prigioniero” appunto, che racconta un pezzo alla volta ai suoi compagni di prigionia, per vincere il tedio ed alleggerire il peso psicologico della detenzione. Così facendo attira però le attenzioni del Bajá che lo convoca al suo cospetto. Tra i due nasce un legame sorprendente e inatteso, che dalla passione comune per le storie e la narrazione si trasforma a poco a poco in un rapporto molto più forte e personale…
La scelta di aprire uno squarcio su una parentesi poco conosciuta della vita del celeberrimo scrittore spagnolo – il cui capolavoro Don Chisciotte della Mancia è uno dei libri più letti e pubblicati nella storia della letteratura mondiale – è sicuramente una mossa azzeccata e vincente. La movimentata vita dell’autore infatti sembra già di per sé un romanzo, un’esistenza tormentata fatta di alti e bassi e anche numerosi guai con la giustizia, per cui Alejandro Amenabar (regista spagnolo ma con una serie importante di produzioni internazionali alle spalle) ha potuto attenersi abbastanza fedelmente alla realtà dei fatti: la menomazione al braccio riportata in seguito alla battaglia di Lepanto, la prigionia in Algeri, il personaggio del Bajá e anche l’intervento dei frati decisivo per la sua liberazione, sono infatti tutti elementi reali.
Su questa solida intelaiatura storiografica, si innesta poi un ricamo narrativo di finzione che definisce la trama e la ricchezza tematica del film. E un certo spazio viene lasciato anche alla descrizione di usi e costumi della società ottomana, che da quanto risulta nel film era molto più permissiva e libertina rispetto all’immaginario che noi occidentali abbiamo della cultura islamica.
Il trailer infatti non lascia decisamente presagire una deriva queer così spinta della trama, che racconta l’Algeri del sedicesimo secolo quasi come un postribolo a cielo aperto, praticamente un pride ante litteram. La sensazione è che almeno in tal senso, la ricostruzione sia un po’ esagerata, anche perché rende inaspettatamente centrale e un po’ esasperato il tema dell’omosessualità all’interno del plot (senza tra l’altro nessuna evidenza storica in riferimento alla biografia del protagonista).
Nel complesso, il film ha a parere di chi scrive un problema di struttura perché è molto lungo (oltre due ore), con la prima metà spiacevolmente lenta e di conseguenza un po’ noiosa.
Dopo un’ora poi, si innesta finalmente nell’intreccio narrativo la promessa fatta dal trailer, ovvero il meccanismo da “mille e una notte” per cui, per ogni storia raccontata, viene concesso al buon Miguel un giorno di libertà (libertà che poi gli consente di ordire tutta una serie di piani e di iniziative che movimentano la trama). In tutto questo, l’incedere della narrazione viene ulteriormente appesantito dal piano narrativo della fantasia – in cui il protagonista si immagina le storie raccontate – che si avvicenda e si confonde con quello della realtà, a volte anche traendo in inganno lo spettatore. Questa scelta sicuramente arricchisce visivamente e concettualmente il film – anche perché traduce in immagini una caratteristica del Don Chisciotte che di questa ambiguità tra immaginazione e verità fa uno dei suoi punti di forza – rendendola più “mossa” e più interessante, ma d’altra parte anche un po’ faticosa e difficile da seguire.
Tra tutte le suggestioni tematiche lanciate dalla trama, che procede per dualismi (oltre alla libertà e alla paternità) spiccano quella dell’amore – che dà un senso a tutto e si contrappone al piacere per le piccole cose, in uno scontro dialettico tra i due protagonisti che si risolve solo nel finale – e poi sicuramente quella della fede: l’abiura viene infatti presentata come la via di uscita ai dolori della prigionia e la tentazione di rinnegare il proprio credo aleggia sui personaggi per tutto il corso del film. Da questo punto di vista il film ricorda Silence, di Martin Scorsese, ma gli esiti finali sono diversi e la risposta al dilemma morale, opposta.
Gabriele Cheli
Tag: 2 Stelle, Drammatico, Storico