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Il sesso degli angeli


TITOLO ORIGINALE: Il sesso degli angeli
REGISTA: Leonardo Pieraccioni
SCENEGGIATORE: Leonardo Pieraccioni e Filippo Bologna
PAESE: Italia
ANNO: 2022
DURATA: 91'
ATTORI: Leonardo Pieraccioni, Sabrina Ferilli, Marcello Fonte, Massimo Ceccherini
SCENE SENSIBILI: Frequenti battute a sfondo sessuale
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Nella chiesa fiorentina di don Simone piove dal tetto e la parrocchia è frequentata solo da pochi anziani, priva di ogni attrezzatura per i giovani. La notizia che lo stravagante zio Waldemaro abbia reso il volonteroso parroco erede di un’attività molto redditizia in Svizzera sembra una benedizione. Peccato (letteralmente) che, recatosi sul posto con il sacrestano, senza rivelare il suo ministero, il prete scopra che ciò che ha ereditato è una lussuosa casa per appuntamenti in cui la tenutaria Lena dà lavoro ad alcune prostitute bellissime e famose in tutta la città per la loro disinibizione. Don Simone ha pochi giorni per decidere: cedere ad ogni suo principio e accettare quel denaro guadagnato in modo così immorale o farsi riconoscere come sacerdote e rinunciare a quel mondo di lusinghe?

Un’intenzione non originale in cui si poteva osare un po’ di più

Pieraccioni – forte della leggerezza che lo connota – veste la tonaca e prova a riflettere sulla morale cattolica, in particolare quella sessuale, con vari riferimenti, fra cui quello del valore della famiglia, o del celibato sacerdotale. Il set up del film, dal matrimonio iniziale in cui don Simone è indulgente con la sposa già incinta, dipinge il protagonista come un prete avanti rispetto ad una Chiesa un po’ polverosa come quella in cui è parroco. Quando, però, il sacerdote, senza voler dire la sua identità, è, suo malgrado, coinvolto in un gioco – a tratti ripetitivo e banale – di battute a doppio senso con le squillo del bordello di Lugano che dovrebbe ereditare, ci pare che l’intenzione si svilisca e rasenti talvolta la volgarità. Si può chiudere un occhio su qualche luogo comune rispetto al cattolicesimo, ma un piccolo sforzo di scrittura avrebbe sortito qualche riflessione più interessante. I clienti del locale, per esempio, non brillano per eleganza e c’è anche un altro sacerdote avventore, su cui si ironizza con troppa facilità. A centro del racconto (un bel motivo musicale lo connota), c’è un dilemma esistenziale fra il bene – fin troppo chiaro – di restare fedele alla sua vocazione e un male attraente che don Simone vive, tentato sia dall’anima perversa dello zio (un Ceccherini diavolaccio gaudente), sia dalla bellezza che nasconde un dolore della tenutaria Lena/Ferilli.

Oltre un’apparente ambiguità, una morale in fondo condivisibile

A prima vista disturba il vezzo mal celato di ammiccare a chi considera i principi del cristianesimo troppo severi per essere finalizzati alla nostra felicità e una parte del pubblico può essere tentata (purtroppo) a fermarsi a questo livello molto superficiale. Più in profondità però, è condivisibile l’obbiettivo di affermare che nella vita c’è una chance e una possibilità di rimettersi in cammino per ciascuno e che (anche se le parole ovviamente sono altre), il Dio che conosciamo è venuto per i malati e non per i sani. Emblematica è la scena in cui don Simone dice alle splendide donne di malaffare attorno a lui che “vede nei loro occhi dei sogni di futuro”. Uno sguardo limpido che va oltre i loro corpi, vede delle donne che hanno bisogno di una bellezza non effimera; diversa da quella solo fisica che hanno imparato a vendere. In quest’ottica non c’è un destino segnato per sempre e se questo vale per don Simone – che fino all’ultimo ci aspettiamo potrebbe lasciare la tonaca – è, invece, la verità che il sacerdote semina nel cuore di quelle giovani, fra cui ci sarà chi si riscatta. Anche il sacrestano brutto e imbranato desidera con una delle prostitute una vita di famiglia, un cambiamento alquanto ardito per entrambi, ma positivo se visto con gli occhi della sua innocenza. Se, dunque, dal punto di vista dell’intreccio, il lieto fine è un po’ troppo a buon mercato, sul fronte morale possiamo intravedere una volontà positiva e dialogante che, come nell’affresco un po’ osé della volta ristrutturata, dà la precedenza ad un Dio che è Amore, di certo più vero di quello dei divieti che fa comodo solo alle anime pigre.

Giovanni M. Capetta

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