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Il Sindaco del Rione Sanità

Il Sindaco del Rione Sanità


TITOLO ORIGINALE: Il Sindaco del Rione Sanità
REGISTA: Mario Martone
SCENEGGIATORE: Mario Martone e Ippolita di Majo, dall’omonima opera teatrale di Eduardo De Filippo
PAESE: Italia
ANNO: 2020
DURATA: 115'
ATTORI: Francesco Di Leva, Massimiliano Gallo, Roberto De Francesco, Adriano Pantaleo, Daniela Ioia
SCENE SENSIBILI: scene di violenza nei limiti del genere
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Il racconto segue una giornata della vita di Antonio Barracano, conosciuto come “il Sindaco” all’interno del rione Sanità di Napoli per la sua abitudine di dirimere le liti e amministrare la giustizia in ambiente malavitoso, con criteri molto personali ma sostanzialmente efficaci.

La pièce teatrale di Eudardo di Filippo portata sul grande schermo da Martone

Mario Martone, che ha sempre portato avanti una carriera di regista teatrale parallelamente a quella cinematografica, era probabilmente l’unico che avrebbe potuto azzardare un adattamento per il grande schermo della famosa pièce di Eduardo de Filippo. Presentato in concorso alla Mostra di Venezia 2019 e poi nei cinema come “film evento”, per soli tre giorni, Il Sindaco del Rione Sanità ha riscosso un ottimo successo di pubblico, tanto che è rimasto nelle sale più a lungo del previsto.
La scommessa era delicata, soprattutto perché si tratta di un film che rimane fedelissimo alla sua origine teatrale. Basta pensare che più dei tre quarti del racconto si svolgono in un’unica location, la casa di Antonio Barracano, simile a un grande palcoscenico in cui le persone convergono per presentare i loro drammi personali all’attenzione del Sindaco. Ma l’abilità registica di Martone riesce a sfruttare al massimo gli spazi a sua disposizione, che non diventano mai claustrofobici, così come le battute enfatiche, di stampo teatrale, acquistano un sapore di verità in bocca agli attori del NEST (una compagnia di San Giovanni a Teduccio, quartiere di Napoli in cui i fatti di cui si parla sono ancora all’ordine del giorno).

“Chi tiene santi va in Paradiso, chi non ne tiene va da Don Antonio”

Il carismatico Francesco di Leva veste i panni del protagonista, dando vita a un Antonio Barracano molto più giovane del settantacinquenne interpretato originariamente da De Filippo. È una scelta straniante, che toglie al personaggio parte della patina di sacralità, e lo rende più vicino ai piccoli boss della serialità contemporanea, le cui vite si consumano in fretta. Resta però l’ambiguità di fondo che lo caratterizza: la sua capacità di essere al tempo stesso un uomo corrotto e idealista, capace di dare la vita per interrompere il circolo vizioso della vendetta e ristabilire la giustizia, anche se questo implica l’utilizzo di metodi poco ortodossi. È per questa sua capacità che, allora come oggi, “chi tiene santi va in Paradiso, chi non ne tiene va da Don Antonio”.
E infatti nel corso di una giornata davanti a lui si presentano tutti quelli che, per ignoranza o per povertà, non sono in grado di farsi aiutare dalla legge, che i potenti piegano al loro servizio: due amici mafiosi che si sono sparati a vicenda, un usuraio con il suo creditore, e infine il giovane Rafiluccio, accompagnato dalla fidanzata incinta, per chiedere il permesso di uccidere il padre che lo ha diseredato e cacciato di casa. Il tutto mentre Don Antonio deve occuparsi anche della moglie, aggredita da uno dei suoi mastini durante la notte, e del medico di casa che, stanco di curare delinquenti, vorrebbe lasciare quella vita per raggiungere il fratello in America.

L’ultima parola al Sindaco

Un mosaico di situazioni e personaggi, intrecciati fra di loro, creati apposta per diventare lo specchio dell’anima dell’uomo chiamato a giudicarli, con una creatività e una capacità di immedesimazione che lo portano, ad esempio, a riconoscere le ragioni del cane come più valide di quelle della moglie, ma anche a umiliare l’usuraio costringendolo a contare i soldi che non ci sono.
Resta difficile dare un giudizio su un personaggio così sfaccettato e provocante, anche se Martone tende a metterlo sotto una luce leggermente più positiva rispetto all’originale, se non altro perché si prende come unica significativa libertà, nel finale, quella di lasciare al Sindaco l’ultima parola.

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