Gesù, muore sulla croce e un uomo, che non vediamo in volto (sarà sempre velato o di spalle per tutto il film) si impicca ad un albero. Nel tempo prima di esalare l’ultimo respiro è come se gli passasse davanti tutta la vita e noi la vediamo con lui, sentendola raccontare da una voce fuori campo che ci accompagnerà fino alla fine. Giuda, questo il suo nome, significa “Dio ti allevi” è nato, senza padre, da una prostituta morta durante il parto a cui un’indovina aveva detto che avrebbe dato alla luce un diavolo. Da bambino, cresciuto in un bordello, si è difeso dal tenutario che voleva abusare di lui uccidendolo con un coltello e così la sua nutrice. Da adulto lo vediamo aver preso possesso del bordello, vendere corpi di donne incurante di ogni morale. Viene a conoscenza di Gesù perché questi ha salvato dalla lapidazione sua sorella Maddalena. Il Messia lo invita a lasciare tutto e a seguirlo e Giuda lo fa sentendosi nel cuore trasformato. Gesù lo sceglie fra i dodici e gli affida anche la cassa del gruppo. Lo vediamo seguire il Signore nella sua predicazione e poi decidere drammaticamente di tradirlo convinto che egli avrebbe sbaragliato le forze di chi fra gli anziani e gli scribi e poi i Romani avessero tentato di ucciderlo. Durante la passione e crocifissione di Gesù, Giuda segue angosciato a distanza quanto avviene fino a non sopportare più il rimorso di quello che ha fatto e decidendo di morire anche lui.
Forte di una laurea in teologia e della consultazione di una vastissima bibliografia, il regista e sceneggiatore Giulio Base si è cimentato in un’operazione inedita e rischiosa. Scegliere il punto di vista di Giuda – prendendo spunto dagli omonimi vangeli apocrifi – vuol dire leggere la vita di Gesù da una prospettiva straniante. Colui che sceglie di tradire il maestro è un uomo cresciuto all’insegna della violenza, dello sfruttamento dei corpi e non dell’amore. Il suo è un percorso di conversione dietro il Messia, affascinato dalle parole di quest’uomo. Quando Gesù parla del Regno che è venuto ad istituire, Giuda è convinto di voler assecondare la sua causa, ma non si accorge di essere vittima di un tremendo fraintendimento. Quando consegna Gesù agli uomini che lo vogliono uccidere, egli crede di stare solo accorciando i tempi per il trionfo del suo maestro. Quando si accorge che così non è, è troppo tardi. Eppure, non inquadrando mai il suo volto – è come se il regista ce lo chiedesse – cosa avremmo fatto noi al suo posto?
Senza mai arrivare al concetto di predestinazione, Base è come se sostenesse la tesi che ad uno dei suoi Dio doveva pur consegnare il compito di tradire il Figlio. Leggere il film in quest’ottica interpella il pubblico nel profondo perché evidenzia il male che c’è in ciascuno di noi. Scalzandolo da secoli di dannazione nel fondo dell’Inferno (pensiamo alla Divina Commedia di Dante), questo film pone Giuda in una posizione da cui ciascun fedele non può allontanarsi molto alla leggera. A questo riguardo, però, bisogna dire che l’infanzia disperata e cruenta che viene raccontata del piccolo Giuda non aiuta l’immedesimazione dello spettatore che se mai, invece, tende a “giustificare” l’operato del traditore alla luce della sua storia disgraziata.
Il Vangelo di Giuda si ritaglia uno spazio particolare fra le rappresentazioni cinematografiche sulla vita di Gesù. Molti elementi caratterizzano il film. Dominante è la scelta del tutto inesplorata di mantenere per tutto il racconto la voce narrante di Giancarlo Giannini e rinunciare quasi completamente ai dialoghi, comunque, quei pochi in aramaico e inglese. In secondo luogo il cast è molto anticonvenzionale con la scelta di Vincenzo Galluzzo nei panni di un Gesù fragile, desideroso di vivere coi suoi discepoli e completamente inerme di fronte ai suoi aguzzini. E poi Abel Ferrara come Erode laido e crudele; Darko Peric un Pietro gigantesco e rozzo, Paz Vega Maria di una bellezza enigmatica e Rupert Everett acuto e attraente nei panni di Caifa. Alla scelta degli attori si aggiunge quella della Calabria per le location esterne, una proposta alternativa a Matera e alla Basilicata di Pasolini e Gibson. Infine la musica rock che si staglia invadente fin dai titoli di testa. In conclusione il film merita attenzione non solo da parte degli appassionati del genere religioso, ma anche di tutti coloro che sono disposti a confrontarsi con un archetipo coraggiosamente reinterpretato.
Giovanni Capetta
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