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La più piccola


TITOLO ORIGINALE: La Petite Derniére
REGISTA: Hafsia Herzi
SCENEGGIATORE: Hafsia Herzi (tratto dall’omonimo romanzo di Fatima Daas)
PAESE: Francia
ANNO: 2025
DURATA: 115'
ATTORI: Nadia Melliti, Park Ji-min, Louis Memmi e Mouna Soualem
SCENE SENSIBILI: scene di sesso, nudità, linguaggio volgare
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In un piccolo comune alle porte di Parigi vive Fatima, la figlia più piccola di una famiglia di immigrati algerini. La ragazza frequenta l’ultimo anno delle scuole superiori ed ha solo amici maschi. La scoperta del suo orientamento sessuale non convenzionale la mette in conflitto con i dettami dell’islam, ai quali sia lei che la sua famiglia sono molto legati…

 

Le periferie dell’anima

La regista francese di origini algerine (come l’autrice del libro autobiografico da cui è tratto il film) nota al pubblico internazionale soprattutto per aver recitato in Cous cous, con il suo terzo lungometraggio ha fatto e fa discutere, anche in Italia dove ha ricevuto il divieto ai minori di 14 anni. Effettivamente più che un racconto di formazione il film pare a tratti un manuale di educazione sessuale, con riferimenti e allusioni molto esplicite, che ha l’ardore per di più di affrontare il tema spinoso dell’omosessualità in un contesto islamico.

La vicenda ambientata nelle banlieue di Parigi racconta la storia di una giovane immigrata algerina (pluripremiata l’attrice Nadia Melliti, anche lei di origini algerine) con la passione per lo sport (gioca a calcio, ma da sola) che più che con i pregiudizi della società, si scontra con il senso di colpa per l’educazione ricevuta e le pressioni della famiglia che nonostante la giovanissima età, si aspetta che lei trovi quanto prima un marito.

 

La ricerca della felicità

Il dramma di Fatima si traduce più che altro in una sorta di percorso a tappe, scandito in capitoli dall’incedere delle stagioni, in una rapida escalation di esperienze accompagnate da una sempre maggiore consapevolezza e confidenza con la nuova condizione. Il suo bisogno di vivere un’affettività realizzata e piena però si traduce in un crescente disordine esistenziale a cui la ragazza si abbandona molto facilmente, e la superficialità delle relazioni in cui si impegna stride e contrasta con la fede della protagonista che sembra sincera.

Forse le intenzioni sono anche buone, ma nel film c’è un’ambiguità infelice perché addebita la tristezza di Fatima ai pregiudizi e alla presunta rigidità dell’educazione ricevuta, scambiando d’altra parte la ricerca dell’amore e della felicità con una libertà frivola e sicuramente poco matura. A questo si aggiunge il fatto che il quadro umano dipinto è desolante, praticamente a tinta unica, in cui quasi tutte le figure maschili denotano disarmante immaturità oppure eccessiva durezza, mentre le donne sembrano avere problemi con la propria femminilità. I conti non tornano.

 

Gabriele Cheli

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