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Lei mi parla ancora


TITOLO ORIGINALE: Lei mi parla ancora
REGISTA: Pupi Avati
SCENEGGIATORE: Pupi Avati e Tommaso Avati
PAESE: Italia
ANNO: 2021
DURATA: 93'
ATTORI: Renato Pozzetto, Fabrizio Gifuni, Isabella Ragonese, Chiara Caselli, Lino Musella e Stefania Sandrelli
SCENE SENSIBILI: nessuna
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(La) Rina lascia la casa di sempre in ambulanza per morire poco dopo in ospedale. Il marito, Giuseppe, più che ottantenne, dà segno di non poter sopportare il lutto. Sua figlia, Elisabetta, responsabile di una casa editrice, ingaggia un romanziere che non ha ancora mai avuto un vero successo, perché affianchi il padre e allevi il suo dolore traendo da suoi vivissimi ricordi la storia di un matrimonio durato ben 65 anni.

Una cifra stilistica inconfondibile

Il cinema di Pupi Avati da circa cinquant’anni ha assunto, per argomenti, ambientazioni e poetica, una cifra stilistica riconoscibilissima e amata da un pubblico affezionato. Bologna, l’Emilia, la tanto amata musica degli anni ‘50, la predilezione per alcuni attori come il compianto Carlo Delle Piane. Un film di Avati si riconosce dai primi fotogrammi. Poco prima del film su Dante, il cineasta bolognese si è cimentato in un film, se vogliamo minore, vicino alle atmosfere da lui più volte descritte, ispirato al romanzo autobiografico di Giuseppe Sgarbi, padre di Vittorio e Elisabetta. L’appassionata attenzione per la famiglia e in particolare il fuoco sul vincolo del matrimonio, già più volte trattati dal regista, assumono in questo film una struggente incisività e, grazie anche a ottime interpretazioni, esso si gusta sia per l’eleganza formale, sia per la persuasività del messaggio trasmesso.

L’immortalità del matrimonio

Lieto di ritrovare sulla scena un Renato Pozzetto che, nei suoi reali ottant’anni, appare davvero credibile e convincente, lo spettatore viene condotto dai ricordi dell’anziano farmacista ai tanti frammenti della lunga vita matrimoniale con Rina (in un intenso cameo di lei anziana da parte di Stefania Sandrelli e, giovane, interpretata dalla sempre brava Isabella Ragonese). Redattore dei racconti del vedovo è uno scrittore disilluso (Fabrizio Gifuni), il cui matrimonio è naufragato dopo pochi anni e a cui pare, proprio per questo, di essere la persona meno adatta per narrare una storia d’amore d’altri tempi, lontanissima dal suo vissuto di separato e con una figlia bambina che si è rassegnato a lasciare con la madre. Ma nel rievocare i ricordi di Giuseppe, il suo amore così intenso e vero, non risulta una chimera romantica, ma un ideale possibile. Pagina dopo pagina fra il vecchio e il giovane si instaura la desiderata alchimia, in un lento ma efficace avvicinamento che avrà delle inevitabili conseguenze sulla coscienza dello scrittore. Giuseppe è un uomo che ha creduto nell’amore e ha custodito la promessa chiestagli dalla moglie prima di andare all’altare di rimanere sempre uniti per divenire “immortali”. È per questo che ora può parlare nel sonno con la sua giovane moglie che lo aspetta “dall’altra parte” sulla riva del Po. Se non è negata la passione di un innamoramento al primo sguardo fra i due sposi, la sostanza del loro legame viene descritta attraverso un percorso che mette in gioco pienamente la libertà e la volontà dei coniugi di godere della loro fedeltà e assaporare il gusto del “per sempre”. Ciò è molto evidente quando i due sono costretti a vagliare il loro amore alla prova delle idiosincrasie che i rispettivi ambienti d’origine e le famiglie di appartenenza mettono in campo. In sostanza un messaggio semplice, disarmante e disarmato rispetto alla situazione che connota il nostro attuale contesto sociale, eppure un inno alla bellezza dell’indissolubilità coniugale così sostanziato di gesti di verità e tenerezza concreti da collocarsi sulla piattaforma di Netflix senza alcun complesso di inferiorità.

Giovanni M. Capetta

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