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Leonora Addio

Leonora Addio


TITOLO ORIGINALE: Leonora Addio
REGISTA: Paolo Taviani
SCENEGGIATORE: Paolo Taviani
PAESE: Italia
ANNO: 2022
DURATA: 90'
ATTORI: Fabrizio Ferracane, Martina Catalfamo, Roberto Herlitzka, Massimo Popolizio
SCENE SENSIBILI: un amplesso solo accennato
1 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 51 vote, average: 3,00 out of 5

In immagini di repertorio in bianco e nero seguiamo Luigi Pirandello nella cerimonia del 1936 in cui gli viene consegnato il Premio Nobel. Ha uno sguardo pensoso, nessuna traccia di soddisfazione, poco dopo è morente a letto in una stanza semivuota; dove entrano i suoi tre figli bambini che invecchiano man mano si avvicinano al suo capezzale. Una straniante sequenza onirica dal forte impatto emotivo; il drammaturgo non si capacita della loro esistenza, poi un titolo di giornale annuncia la sua morte; 10 dicembre 1936. L’avvio del film, con spezzoni da Paisà di Rossellini o Il bandito di Lattuada si dipana avendo per protagonista non un uomo vivo ma il suo funerale e le sue ceneri. Mussolini vorrebbe una cerimonia eclatante che esalti il presunto favore tributato dall’intellettuale al regime, ma il testamento dice altro: “Carro d’infima classe, quello dei poveri. Nudo. E nessuno m’accompagni, né parenti né amici. Il carro, il cavallo, il cocchiere e basta. Bruciatemi”. Vengono rispettate queste volontà ed un’urna cineraria è deposta al cimitero del Verano a Roma. Solo nel 1947, per iniziativa di alcuni studenti ed autorità agrigentine si decide di trasportare le ceneri di Pirandello dove egli avrebbe voluto: nel giardino della villa di contrada “Caos” nella sua Sicilia. È un viaggio tutt’altro che semplice, segnato da imprevisti grotteschi, superstizioni, gimkane del caso, come se dentro quella cassa fosse ancora l’autore dell’assurdo a scegliere la trama del suo girovagare. Al termine di questo pellegrinaggio una mano amica sparge una manciata delle ceneri verso il mare adempiendo finalmente al suo ultimo desiderio. Si apre qui la seconda parte del film e la fotografia passa a colori dalle mani di Paolo Carnera a quelle di Simone Zampagni per raccontare la novella Il chiodo scritta dall’autore poco prima di morire. Una sorta di incubo, senza spiragli di speranza. Bastianeddu, un giovane costretto dal padre ad abbondonare la Sicilia e la madre per Harlem negli Stati Uniti, inizia un umile lavoro di cameriere, ma poco dopo confessa un atto privo di alcun senso: due bambine si azzuffano in preda all’ira e lui stringe in mano un chiodo arrugginito…

Un debito di riconoscenza

Con questo film, unico italiano in concorso al 72^ Festival di Berlino, Paolo Taviani vince il premio Fipresci e dedica l’opera al fratello Vittorio, morto quattro anni fa e con cui ha condiviso una lunghissima e premiata carriera, vincendo fra l’altro proprio a Berlino con Cesare deve morire nel 2012. La storia delle ceneri di Pirandello e lo stesso racconto Il chiodo erano un progetto di entrambi fin da quando girarono, nel lontano 1984, Kaos anch’esso tratto dalle novelle pirandelliane. Un senso di profonda malinconia aleggia sull’intero lavoro, nonostante la regia sia lucida, ferma e non induca mai ad una facile commozione. L’autore e regista novantenne sembra voler arrendersi all’incompiutezza del vivere, alla logica dell’anello che non tiene, al dilagare dell’imponderabile.

La morte specchio implacabile di una vita sofferta

Tutti i personaggi che ruotano attorno alla cassa delle ceneri di Pirandello paiono non essere all’altezza del grande drammaturgo e inevitabilmente i resti di quest’ultimo subiscono l’ingiuria dell’inettitudine umana. Allo spettatore non resta che allargare le braccia man mano che l’urna cineraria subisce l’ennesimo spostamento non voluto, fino al definitivo monumento funebre; ma poi al viaggio subentra il dramma della novella, l’insensatezza di un male crudele e innocente: un delirio, un dolore inconsapevole che provoca a sua volta altra irreparabile sofferenza. Perché? Non c’è risposta, non ci sono soluzioni a buon mercato e mentre scorrono i titoli di coda non possono che riemergere le parole fuori campo con cui il grande scrittore ha aperto il film: “il dolce della gloria non può compensare l’amaro di quanto è costata”.

Giovanni Capetta

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