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Licantropus


TITOLO ORIGINALE: Licantropus
REGISTA: Michael Giacchino
SCENEGGIATORE: Peter Cameron
PAESE: USA
ANNO: 2022
DURATA: 52’
ATTORI: Gael García Bernal, Laura Donnelly e Harriet Sansom Harris
SCENE SENSIBILI: qualche scena di violenza nei limiti del genere.
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Insieme a supereroi, dei e alieni, anche i mostri abitano tra noi. Da secoli i cacciatori sono in guerra con loro cercando di sterminarli. Una pietra, la Bloodstone, è in grado di dominarli. E quando il suo ultimo possessore, Ulysses Bloodstone, infine muore, una sfida tra formidabili cacciatori sarà indetta per decidere chi diverrà il nuovo possessore della pietra. Chiusi dentro un labirinto, inizia la caccia al mostro. Ma il licantropo è proprio in mezzo a noi…

Piacevole e poco più

Non c’è molto da dire su Licantropus, film di cui forse la nota più curiosa è la regia di Michael Giacchino, celeberrimo compositore premio Oscar che già diresse uno short film nel 2018 e un episodio di Star Trek: Short Treks l’anno successivo.
Il film è uno strano ibrido. Adattamento dell’omonimo personaggio dei fumetti Marvel creato nel 1972, l’avventura di Jack Russell è una rivisitazione per i comics del classico lupo mannaro del cinema horror anni ’50 e ’60. Da una parte quindi abbiamo un film di genere, volutamente stilizzato in bianco e nero, con immagini granulose, una fotografia rétro come pure mood, costumi e scenografia. Sorprende in particolare l’uso di protesi vecchia scuola per la realizzazione scenica del licantropo.
Dall’altra abbiamo l’ennesimo personaggio Marvel che viene introdotto nella famigerata Fase Quattro dell’universo narrativo; un personaggio che, in fondo, condivide le sue origini con il già conosciuto Moon Knight interpretato da Oscar Isaac.
Quello che ne nasce è un “film” che potrebbe essere tranquillamente l’episodio pilota di una serie tv, ma che ha deciso per il momento di starsene per i fatti suoi. Cinquanta minuti che scorrono tranquillamente, forse con qualche banalità, ma senza suscitare noia.

The beauty and the beast… again

Se proprio proprio si vuole provare a trarre qualcosa di costruttivo dal film, bisogna tornare sul vecchio stilema della bella e della bestia. Nel film si vorrebbe parlare del fatto che “i mostri non son mostri quando li si chiama per nome”; ma l’argomento lascia il tempo che trova e muore in fretta.
La pellicola però si risolve prevedibilmente in quel classico momento che tutti conosciamo, quello in cui la fanciulla intenerisce il mostro. E vorremmo quindi spezzare una lancia a favore di un istante di sincerità nella pellicola. Il tema della bella e la bestia infatti è un archetipo plurimillenario, che risale (almeno) al mito di Amore e Psiche. È l’incontro tra la sessualità maschile e quella femminile, dove la seconda – diceva Chesterton – è chiamata eroicamente ad “amare ciò che non è amabile”.
Ma oggi questo significato viene traviato. Da una parte c’è il film Oscar 2017 La forma dell’acqua dove si fraintende che la bestia possa essere venerata. Oppure si fa come l’adattamento Disney live action de La Bella e la Bestia dello stesso anno, in cui invece la bestia va capita, scusata.
Non qui, per fortuna: Licantropus ricorda che della bestia si ha “pietà”. Non ci si ragiona, non è attraente, non è buona. Ma dietro di essa, oltre a essa, c’è qualcosa da amare, qualcosa per cui vale la pena non ucciderla.
Dopotutto la principessa dei Grimm non baciava il ranocchio: lo schiantava al muro finché non ne usciva un principe.

Alberto Bordin

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