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L'immortale

L’immortale


TITOLO ORIGINALE: L'immortale
REGISTA: Marco D'Amore
SCENEGGIATORE: Leonardo Fasoli, Giulia Forgione, Francesco Ghiaccio, e Maddalena Ravagli
PAESE: Italia
ANNO: 2019
DURATA: 116'
ATTORI: Marco D’Amore, Nello Mascia, Giovanni Vastarella, Martina Attanasio, Salvatore Esposito e Salvatore D’Onofrio
SCENE SENSIBILI: molti episodi di violenza
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Il boss camorrista Ciro Di Marzo sopravvive al tentativo di farsi uccidere ed è costretto a lasciare Napoli per iniziare una nuova vita in Lettonia. Qui lavora per conto di un altro boss e dei clan russi. Lontano da casa troverà qualcuno che appartiene al suo passato e che gli farà rivivere i drammatici eventi della sua infanzia.

Lo spinoff di Gomorra su Ciro De Marzio

Perché Ciro De Marzio sarebbe immortale?
Immortale è il soprannome perché lui, Ciro De Marzio (Marco D’Amore, qui anche regista) immortale lo sembra davvero. Gomorra, la terza stagione della serie ispirata all’omonimo romanzo di Roberto Saviano, si era conclusa con la possibile morte di Ciro in mare. È stato Genny (Salvatore Esposito), che avrebbe dovuto essere il suo migliore amico, a provocare la caduta di Ciro nel golfo di Napoli mentre sparava al suo petto. Lo ha fatto non perché voleva tradirlo. Ha solo eseguito un ordine di Ciro, che voleva morire perché non aveva niente e nessuno per cui vivere.
Eppure Ciro, il protagonista della serie Gomorra, non sembra destinato a non esserci più. Sembra destinato a essere, così come lo definiscono, immortale, lui che è sempre stato uomo lucido e violento, salvato sempre “provvidenzialmente” dalla vita sin da quando il terremoto dell’Irpinia fece crollare la palazzina e lui, neonato di soli 21 giorni, si salvò miracolosamente.

Il passato affascinante dell’immortale

Il tempo si mescola ne L’immortale, esordio alla regia cinematografica dell’attore Marco D’Amore, per mettere al centro del racconto il passato di questo “affascinante” criminale.
I ricordi di Ciro ci aiutano a capire in profondità la scelta del soprannome perché lui, sin da bambino, ha utilizzato coraggio e furbizia per sopravvivere e far sopravvivere. Non lo ha fatto, certamente, come un santo, ma come uomo che non ha altro obiettivo che il crimine da compiere, unico rifugio dalla morte e unica via per il rispetto; non lo ha fatto per amore perché non ha nessuno al suo fianco se non gli uomini utili alla sua “missione”.
All’inizio di questo film, che sviluppa linee narrative slegate dalla serie, il boss Don Aniello (Nello Mascia) non ha dubbi: Ciro si è salvato per iniziare una nuova vita e deve avere un incarico importante, essere intermediario con la mafia russa a Riga. Ciro sa come agire e trova una soluzione in un amico del passato, Bruno (Giovanni Vastarella da giovane e Salvatore D’Onofrio da adulto) che gestisce una “sartoria”, il luogo ideale dove far arrivare la droga.
Lì in Lettonia gli immigrati italiani si lanciano in traffici criminali e quando arriva Ciro con le sue proposte economicamente accattivanti, cresce in loro l’ambizione del potere e la brama dei soldi.
Ciro è freddo, razionale, cinico tranne quando i ricordi prendono il sopravvento. E il passato diventa, con la sua luce grigia e allo stesso tempo intensa, qualcosa che mantiene nel suo animo un’umanità vera, ferita.

Una pellicola solo per i fan accaniti della serie

L’immortale accontenterà solo in parte il pubblico che ama il genere crime, perché il film pecca di poca originalità e si affida troppo all’idea produttiva di creare un lungometraggio tratto da un personaggio della serie (è già accaduto per Star Trek o X – Files). Certo, la presenza femminile rivela il lato infantile di Ciro perché, bambino, è affascinato da Stella, la compagna di Bruno (Martina Attanasio), ma il suo personaggio, come anche quelli dei criminali russi e lituani, sarebbero stati coinvolgenti se non fossero stati costruiti sulla base di cliché e convenzioni.
Prima di esordire al cinema con L’immortale Marco D’Amore aveva già girato due episodi dell’ultima stagione di Gomorra: forse questo è un ulteriore limite del nostro film perché la regia, decisamente non innovativa, sarebbe stata diversa se affidata a un regista di maggiore esperienza e personalità artistica.

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