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L’ultima notte di Amore


TITOLO ORIGINALE: L'ultima notte di Amore
REGISTA: Andrea Di Stefano
SCENEGGIATORE: Andrea Di Stefano
PAESE: Italia
ANNO: 2023
DURATA: 124'
ATTORI: Linda Caridi, Pierfrancesco Favino, Antonio Gerardi
SCENE SENSIBILI: numerose scene di violenza
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Francesco Amore è un poliziotto prossimo alla pensione, dopo un’onorata carriera a cui ne ha aggiunto un’altra per arrotondare: scortare il cognato nelle sue commissioni al limite della legalità. In questa sua attività extra, Amore ha sempre avuto confini ben precisi: niente armi, niente droga, niente rischi. Ma nella sua ultima notte di servizio, si ritroverà a superarli tutti…

Il ritorno del poliziesco?

L’ultima notte d’Amore ha molti pregi. Uno su tutti: riportare in auge il poliziesco italiano, senza tuttavia riproporre quello degli anni ‘70, passato alla storia del genere come poliziottesco. Nel film di Di Stefano non è la critica alla società a farla da padrone, non è tutto bianco e nero, i corrotti si trovano ovunque, sia tra le fila dei criminali sia fra quelle della polizia. Anche il protagonista, magistralmente interpretato da Favino, vive sul confine tra il giusto e lo sbagliato. Per questo Francesco Amore è profondamente umano, per questo le sue scelte possono essere condivise o meno dal pubblico, ma non intaccano la coerenza del personaggio.
In questo modo il film sfrutta il genere per affrontare il tema della giustizia senza cadere nel cliché: è giusto chiedere integrità ai poliziotti quando è il sistema stesso a essere ingiusto con loro, sia economicamente che gerarchicamente? Una questione politica con la quale l’autore del film interroga il pubblico, senza dimenticare di appassionarlo, legando il dilemma alla vita personale del protagonista: l’amore per la moglie e per la sua famiglia, l’amicizia con il collega che accetta di aiutarlo nel suo ultimo lavoro extra, anche lui costretto a sbarcare il lunario.

Finalmente Milano

Una storia così universale può essere ambientata ovunque. E infatti la Milano presentata dal regista nella prima sequenza del film, grazie anche all’ottima fotografia di Guido Michelotti, sembra una città moderna, immensa e impassibile alle vicende di chi ci abita, come quelle americane o asiatiche a cui siamo abituati dal genere.
Tuttavia, il regista si mostra capace di sfruttare i luoghi e le diverse sfaccettature di Milano per raccontare la storia: i grattacieli simbolo del potere, i bar da ristrutturare che passano di proprietario in proprietario, il sole che filtra dall’alto dei palazzi per illuminare le scene d’amore romantico e filiale. Nessun cliché nemmeno nel puntare sul melting pot della città più cosmopolita d’Italia: il potere che passa da italiani a cinesi a sudamericani ispirato ai fatti di cronaca diventa un tema generale, che sembra affermare che il male non conosce nazionalità.

Claudio F. Benedetti

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