Oggi, a Roma, Davide vende libri usati in un chiosco, vicino a San Pietro. Durante una pausa pranzo – in cui si è fatto sostituire da Elsa, una docente universitaria, sua migliore cliente e unica amica – succede l’imponderabile. Per strada, un uomo nordafricano cerca di affidargli un bambino. Davide si rifiuta, quasi scappa, ma il bambino lo segue e non bastano cibo e soldi per farlo allontanare; esasperato, Davide lo spinge indietro e una moto lo investe: il piccolo è in condizioni critiche all’ospedale dove Davide sopraggiunge. Qui incontra Aminah, una giovane algerina incinta e senza tetto: la porta a casa per la notte, insieme ad altre tre persone. Il giorno seguente, tornato al Pronto Soccorso, Davide apprende che il bambino è morto; impietrito dal senso di colpa, inizia un dialogo con l’addetto della camera mortuaria nella speranza di poter seppellire il corpo del piccolo, pur non essendo un parente. Intanto a casa sua il numero dei senza dimora che trovano una sistemazione aumenta senza che Davide possa più mantenerne il controllo…
Queste parole a inizio film rendono bene l’intenzione dell’autore e regista Gianni Amelio di raccontare una storia possibile, in qualche modo ideale rispetto al fenomeno migratorio e all’accoglienza degli stranieri. Amelio si interroga e interpella la coscienza dello spettatore con un racconto tanto semplice quanto diretto e sferzante. “A oltre 30 anni da Lamerica – ha sottolineano il regista – trovo che il fenomeno migratorio abbia assunto dimensioni tragiche. È il problema dei problemi. Chi è ‘l’immigrato’? – ha aggiunto Amelio – Qualcuno da accogliere, o da respingere? Un nuovo amico, o un estraneo pericoloso? Negli ultimi decenni il nodo non si è sciolto, anzi il problema si è esasperato, non si vede in prospettiva una ragionevole soluzione. Ma forse la ‘soluzione’ non c’è, o non la si vuole cercare. Forse va trovata nella ragione e nel cuore di ciascuno di noi”. Il viaggio che compie Davide lo porta dalla diffidenza e la paura di chi è abituato a stare coi libri invece che con gli uomini, alla spregiudicatezza di lasciare aperta la porta di casa per tanti bisognosi mai conosciuti prima. Per assurdo la sua scelta lo porta pure in carcere suo malgrado, ma qui egli crede di espiare la colpa per la morte del bambino. Solo la sua sepoltura – grazie alla complice umanità dell’addetto dell’obitorio – placherà la coscienza di Davide.
Presentando il suo film fuori concorso all’ultimo Festival di Venezia, con una regia sobria e pacata che predilige le inquadrature fisse della macchina da presa, o usata a mano, ma mai i carrelli, Amato dichiara la volontà di immergersi nel mondo degli stranieri senza fissa dimora, con profonda empatia. È una vena di forte realismo quella che lo porta fra le zone più spoglie e scabre della città dove sopravvivono queste persone, in un coacervo di lingue che non si comprendono fra loro. Anche quando invadono la casa di Davide, pare di sentire i loro odori, quelli del cibo e del fumo in una collettività scomposta e anonima che viene la tentazione di respingere. In questo contesto, come fra i carcerati, quello che cambia è lo sguardo di Davide che, lentamente, si fa uno di loro. Anche il suo tic asmatico si riduce nel momento in cui abbassa le difese verso l’altro. Elsa, che pure è entrata in affettuosa sintonia col suo sentire, dice a Davide che non può accollarsi da solo tutta l’emergenza dell’integrazione e noi siamo dalla sua parte, quella della ragionevolezza, anche se rimaniamo affascinati dal desiderio di Davide di cambiare le cose, di compiere un gesto di rottura in contrasto con l’indifferenza e l’inerzia a cui anche lui ha ceduto fino ad ora.
Dopo averlo avuto come uno dei due principali interpreti del suo precedente film Campo di Battaglia, del 2024, Amelio sceglie ancora Alessandro Borghi per il ruolo principale di Davide. Il sempre più esperto, quarantenne, attore romano sa dare grande spessore al personaggio, prima ancora che con i dialoghi – scarni ed essenziali – con una prossemica ed uno sguardo di grande verità. Lo spaesamento, la paura e la diffidenza e poi il senso di colpa e la volontà di “fare qualcosa” e mettersi in gioco, tutto questo passa attraverso gli occhi e l’intensità dell’espressione di Borghi, affiancato da una Valeria Golino capace di trasmettere un amore amicale e casto nelle brevi sequenze in cui è coinvolta. Una nota di merito resta anche per Valerio Mastandrea che offre un piccolo ma intenso cameo come addetto dell’obitorio che, con umanità, asseconda – fuori dalle regole burocratiche – il desiderio di Davide di seppellire il bambino nordafricano. Riguardo a quest’ultimo, come per il padre del ragazzo ed Aminah, personaggi per la prima volta sullo schermo che parlano più coi corpi che con brevi battute nella loro lingua, c’è da elogiare il lavoro di casting.
Giovanni Capetta
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