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Operation Finale

Operation Finale


TITOLO ORIGINALE: Operation Finale
REGISTA: Chris Weitz
SCENEGGIATORE: Matthee Orton
PAESE: Usa
ANNO: 2018
DURATA: 2018
ATTORI: Oscar Isaac, Ben Kinsley, Mélanie Laurent, Lior Riaz, Greta Scacchi, Peter Strauss
SCENE SENSIBILI: alcune scene di tensione e violenza
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Le tracce di Adolf Eichmann, il “ragioniere della Soluzione Finale”, vengono segnalate in Argentina e un gruppo di agenti dei servizi segreti israeliani viene incaricato di prelevarlo per condurlo in Israele e metterlo sotto processo….

La cattura di Adolf Eichmann, il “ragioniere dell’Olocausto”

Operation Finale racconta una missione divenuta celeberrima e più volte portata sul grande schermo. Un gruppo di agenti del Mossad e dello Shin Bet, con la benedizione del presidente Ben Gurion, volò in Argentina per prelevare Adolf Eichmann, che lì si nascondeva da anni sotto la benevola protezione delle autorità locali. Lo scopo era condurlo in Israele dove divenne l’imputato di un processo durato otto mesi, per il quale la filosofa Hannah Arendt, che ne fu testimone, coniò l’espressione “la banalità del male”.Il film di Chris Weitz (regista e sceneggiatore di film molto più leggeri, da About a boy alla saga di Twilight) cerca di restare il più possibile fedele alla cronaca dei fatti, in cui, a parte la rocambolesca cattura di Eichmann, la sfida più grande del gruppo fu, a quanto pare, farlo uscire da un paese che per anni lo aveva benevolmente protetto.
A guidare il gruppo è Peter Malkin (il sempre convincente Oscar Isaac), che le circostanze costringono a un prolungato scontro intellettuale con il prigioniero, che non ha perso le proprie capacità manipolatorie e mette a dura prova le motivazioni di tutti.

Può la legge umana capire l’animo di ha causato la morte di miolioni di persone?

L’espediente narrativo (a quanto pare la El Al, la compagnia di bandiera israeliana, richiedeva che il prigioniero desse un esplicito assenso al processo per accettare di trasportarlo su uno dei propri velivoli) permette agli autori di infondere in una spy story d’azione parti di quello che fu il dibattito che animò il processo successivo.
Eichmann fu davvero solo un ragioniere dell’Olocausto, inconsapevole (volontariamente o meno) delle terribili implicazioni delle sue scelte, o va considerato a tutti gli effetti il collaboratore responsabile ed entusiasta della morte di milioni di persone? E quali sono il diritto e la legge umana legittimati a giudicare una tale enormità?
Se il film di Weitz non ha la complessità dialettica e la profondità di un antecedente come il Munich di Steven Spielberg, cui in un certo senso si ispira, si può però appoggiare ad un cast solido e convincente: accanto ad Isaac c’è Mélanie Laurent, già ebrea perseguitata dai nazisti e in cerca di vendetta in Inglorious Bastards di Quentin Tarantino, mentre a dare corpo ad Adolf Eichmann è Ben Kingsey, che fa risuonare nel suo personaggio alcune delle corde che venticinque anni fa aveva regalato al torturatore prigioniero de La morte e la fanciulla.
Altro aspetto interessante della pellicola è la descrizione dell’ambiente argentino in cui Eichmann e la sua famiglia si muovono, un mondo connivente che, di fronte a quel “giudizio della storia” cui gli israeliani vogliono inchiodare i nemici di un tempo, sceglie di chiudere gli occhi e di perseguire una sorta di “realtà alternativa” in cui gli orrori del passato sono solo una macchia trascurabile.

La sospensione della coscienza morale

Di fronte a questa sospensione di coscienza morale, la risoluzione dei dilemmi in cui si dibattono gli agenti israeliani, tra l’istintiva rivendicazione del diritto alla vendetta e il bisogno di una giustizia superiore, diventano da un certo punto di vista ancora più centrali della riuscita stessa della missione.
A fronte di una parte centrale che si gioca soprattutto su questo livello di tensione, il film recupera in termini di azione con un finale al cardiopalma in aeroporto, degno di quello di Argo, dove alla meditazione filosofica si sostituisce la semplice suspense e il pubblico non può fare a meno di tifare incondizionatamente per i nostri.

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