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Passengers


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SCENE SENSIBILI: un paio di scene sensuali.
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In un futuro non troppo lontano la nuova frontiera è diventata la colonizzazione spaziale di pianeti in altre galassie. Durante un viaggio interstellare verso una di queste colonie, per un’anomalia uno dei passeggeri, il meccanico Jim, si sveglia dall’ibernazione. Peccato che all’arrivo manchino ben 90 anni. La prospettiva di trascorrerli in totale solitudine diviene a poco a poco insopportabile e così Jim decide di svegliare anche la bella scrittrice Aurora. Ne nasce un’improbabile storia d’amore. Le cose, però, non sono destinate ad andare lisce…

Una premessa troppo debole per un intero film

Parte da una sceneggiatura rimasta per anni nell’elenco delle migliori non realizzate questo filmone di fantascienza (un budget di oltre 110 milioni di dollari) sontuosamente realizzato, ma con un grave deficit di credibilità e una storia che fatica a coinvolgere. Non basta il carisma dei due protagonisti, al momento tra i più quotati di Hollywood, a tener desta l’attenzione in un meccanismo di racconto che è costretto a inanellare forzature per portare avanti una premessa forse troppo esile per un intero lungometraggio.

Continue forzature e vicoli ciechi di una fragile scenggiatura

Il film snocciola i suoi ingredienti con poca convinzione e senza grandi sorprese: la solitudine sempre più disperata del meccanico Jim, che, esauriti i limitati intrattenimenti della nave spaziale, arriva a un passo dal suicidio prima di decidere, tra mille incertezze, di svegliare la sua bella addormentata (che si chiama ovviamente Aurora); la prevedibile storia d’amore con altrettanto prevedibile scoperta del “peccato originale”. Non manca neppure un accenno di “lotta di classe” (i viaggi interstellari sono il business del futuro, Jim è povero e viaggia in classe economica, cabina più piccola e cibo sempre uguale, mentre Aurora che si può permettere la Gold Class ha una suite e colazione francese), che si perde senza troppi approfondimenti (forse sarebbe stato più il caso di imbastire una class action contro una multinazionale che spedisce la gente nello spazio e sembra non contemplare procedure di recupero in caso di risvegli accidentali).
Finisce così che lo spettatore attende con una certa impazienza che le anomalie di funzionamento dell’astronave – in cui regna un protocollo talmente assurdo che nessun membro dell’equipaggio si sveglia nemmeno di fronte alla possibilità che la nave esploda – costringano i due protagonisti a impegnarsi in qualcosa di più di una schermaglia amorosa…
Anche in quest’ultima parte di racconto, tutta sbilanciata sull’azione (ma in cui ovviamente a essere messo alla prova è il fragile legame tra Jim e Aurora), si sente un po’ troppo forte la mano dello sceneggiatore quasi costretto a ripetute forzature. Se non altro, almeno qui l’eroina femminile tenta di uscire dal ruolo di puro oggetto del desiderio bisognoso di attenzioni e corteggiamento, per rivendicare un minimo di iniziativa… Dall’eroina di Hunger Games ci saremmo forse aspettati qualcosa di più di una intellettuale in tacchi alti, dall’occhio lacrimoso e dall’urlo facile.

Goditi il luogo e il momento in cui sei

Solo facendo la tara di questi limiti si può apprezzare la morale semplice e positiva del racconto di queste due solitudini destinate a incontrarsi nelle circostanze più improbabili: invece di pensare sempre a dove vorresti essere, goditi il luogo e il momento in cui sei, rendendo bella la vita che hai. Sarà un caso che questa perla di saggezza venga dall’androide barista Arthur (Michael Sheen), nell’insieme forse il personaggio più riuscito del film?

Laura Cotta Ramosino

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