George è un solitario pastore che ama il suo gregge nella campagna inglese alle porte di una piccola cittadina. La sera legge alle pecore, come storie della buona notte, romanzi gialli, ignaro che queste capiscano quello che dice. Quando George viene trovato misteriosamente morto, tutte le pecore si sentono parte attiva del caso, intervenendo su quanto avvenuto, non senza dolore. In particolare la più intuitiva Lily e il suo “assistente” Mopple decidono di lasciare la tranquillità del gregge per svolgere direttamente le indagini. Che ruolo ha la figlia scomparsa di George, Rebecca? E l’eccentrica notaia che è giunta a svelare il testamento del pastore? L’impacciato poliziotto Tim non sembra in grado di scoprire il colpevole, ci riusciranno le nostre pecore?
Mentre i personaggi umani sono volutamente mantenuti in una condizione di immaturità che non prevede per loro un’evoluzione, durante il corso delle indagini le pecore coinvolte fanno un vero e proprio percorso di crescita attraverso il quale raggiungono una nuova consapevolezza. In particolare sono Lily e Mopple che, decidendo di lasciare la comfort zone del gregge, intraprendono un profondo viaggio esperienziale. Emblematica è la scena in cui Lily deve riuscire ad attraversare una strada per la prima volta, essendo fino a quel momento vissuta nel prato del pascolo. Ma, coinvolgendo anche le altre pecore, un passaggio verso l’adultità è anche quello che fa loro rinunciare alla facoltà di dimenticare a comando le esperienze scomode o tristi, prime fra tutte la morte.
La morte di George impone al gregge di non rimuoverla, ma di assumersi la responsabilità di scoprirne la causa e questo porta gli ovini a riflettere sulla loro stessa fine, fino a quel momento edulcorata con l’immagine di diventare delle nuvole in cielo al momento della loro fine. La maturazione del gregge lo porta anche a superare il meccanismo di esclusione delle “pecore nere” come il montone Sebastian e l’agnellino d’inverno. I due “diversi” che la comunità ha posto ai margini, vengono reintegrati in un processo di nuova inclusione. Questi alcuni dei temi valoriali che il film tratta risultando tutt’altro che banale nel suo rivolgersi non solo ad un pubblico di giovani e giovanissimi ma anche di adulti.
Pecore sotto copertura è il risultato di una felice sinergia fra il cast tecnico e il cast artistico. Alla regia vi è Kyle Balda, un animatore, già autore dei famosi Minions, per la prima volta dietro la macchina da presa di un lungometraggio dal vivo, ma con una parte fondamentale in CGI delle pecore. A lui si deve se la tecnica con cui si muovono e sono gestiti gli animali parlanti sia così sofisticata da offrire allo spettatore una messa in scena quanto più realistica possibile. Quanto alla sceneggiatura, essa è tratta dal romanzo Glennkill. La prima indagine di Miss Maple, la più intelligente del gregge di Leonie Swann, ed è affidata a Craig Mazin. Quest’ultimo è un autore poliedrico che ha trattato sia generi comici che drammatici, vincendo un Emmy per la serie Chernobyl e una nomination allo stesso premio per la serie The last of us. Qui lo sceneggiatore mette a disposizione il suo talento per proporre un film che vuole essere destinato alle famiglie e quindi evita tinte troppo forti, ma nello stesso tempo non cade nella superficialità che spesso caratterizza il genere, affrontando il tema della morte della figura paterna del pastore con la dovuta cura.
Per paradosso la leggerezza del racconto è affidata alle figure più stereotipate degli umani, il pastore Hugh Jackman, la notaia Emma Thompson e Nicholas Braun, nei panni del poliziotto Tim. Alle voci di altrettanto validi attori sono affidati i dialoghi fra le pecore che, pur non trascurando tutte le occasioni di comicità, sono spesso incentrati su argomenti seri che inducono alla riflessione. Il terreno ibrido in cui si colloca il film è un suo punto di forza che lo rende interessante e capace di soddisfare il palato di un pubblico vasto.
Giovanni Capetta
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