Roma, 1907: Grazia Deledda è sposata con Palmiro Madesani e si è trasferita nella capitale. A sorpresa riceve la visita della madre che si è mossa dalla natia Nuoro in Sardegna e ancora, non rassegnata, le chiede conto della sua partenza e della sua scelta di vita.
Stoccolma, 1927: a poche ore dalla consegna del Premio Nobel per la Letteratura, Grazia ha modo di fare un bilancio della sua vita artistica e sentimentale confidandosi col marito.
Roma, 1936: un medico cerca di trovare le parole per comunicarle la fase terminale del suo tumore al seno. Grazia pare voler rifugiarsi ancora dietro la sua scrittura.
Il titolo Quasi Grazia sembra esso stesso voler indicare l’impossibilità di essere esaustivi nel racconto di una vita. Il regista e sceneggiatore Peter Marcias sceglie di avvicinarsi a Grazia Deledda in modo rarefatto, attraverso tre flash distanti nel tempo, quasi fossero delle boe di una navigazione che coinvolge lo spettatore senza pretendere di fargli conoscere tutto il viaggio. Tre momenti significativi di una vita intensa come donna e come intellettuale – unica italiana premio Nobel per la letteratura – così poliedrica e sfaccettata da non subire l’essere interpretata da tre attrici diverse, intente ciascuna a incarnare al meglio la protagonista. Nel primo episodio, il confronto aspro con la madre, mette in evidenza la volontà della Deledda di precorrere i tempi e dedicarsi ad una carriera fino a quel momento destinata quasi esclusivamente agli uomini. La scrittrice afferma con forza di aver voluto abbandonare l’asfissiante mondo di regole arcaiche della sua Sardegna per cui una donna può ambire solo ad essere moglie e madre. La forza e il piglio della giovane Grazia sono rese in modo molto convincente da Irene Maiorino.
Quando la ritroviamo in procinto di ricevere il Nobel, Grazia, impersonata da Laura Morante, mette in campo la sua consapevolezza di donna “in carriera”. In quel momento -ricorre quest’anno il centenario dell’assegnazione – è la scrittrice più famosa del mondo, eppure affiorano anche le fragilità e le debolezze della donna, nella confidenza e complicità con il marito.
Infine, a poca distanza dalla morte, nell’interpretazione di Ivana Monti, di fronte all’imbarazzo del medico che deve comunicarle la diagnosi infausta, abbiamo la possibilità di vedere un’altra Deledda ancora, che cerca coraggio e dignità attraverso il suo talento creativo. Attraverso il loro coprotagonismo, le tre attrici italiane gareggiano in bravura ed imprimono ciascuna una propria impronta al personaggio senza snaturarlo, ma anzi creando una continuità emotiva che non era assolutamente facile a priori.
In una stagione che vede la frequenza di biografie di personaggi famosi – in particolare del mondo dello spettacolo – destinati ad essere dei blockbuster dagli introiti stratosferici, bisogna riconoscere a Quasi Grazia il coraggio di andare controcorrente e proporsi come un film difficile, che richiede allo spettatore un’attenzione speciale e per questo non pretende di essere gradito da un pubblico vasto. Forte della fonte letteraria del romanzo di Fois, la pellicola mette in evidenza l’eloquio colto della protagonista e sviluppa dei dialoghi tanto intensi quanto esigenti per la loro ricercatezza. Si pensi, per fare solo un esempio, allo scarto fra le parole della giovane Grazia, nel primo episodio, e le espressioni in sardo della madre. In modo plastico la donna scrittrice si staglia nell’immaginario dello spettatore.
Tutta la confezione formale della messa in scena si presenta come particolarmente accurata. La fotografia, le scenografie e i costumi sono impeccabili e anche le musiche, sommesse e mai ingombranti, contribuiscono a concentrarsi sul dettato degli scambi verbali fra i pochi essenziali personaggi.
Giovanni Capetta
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