Diego, un giovane attore la cui carriera fatica a decollare, con un matrimonio in crisi e un mutuo da pagare, sfrutta le proprie competenze da informatico per creare con l’aiuto dell’intelligenza artificiale, Vera, una influencer/onlyfanser digitale fisicamente perfetta. Vera ottiene un successo rapido e molto redditizio, ma presto Diego ne perde il controllo.
Quasi Vera inizia con una premessa da classica commedia familiare: Diego, dopo aver trovato un piccolo ruolo in un film, si fa cacciare per la sua esuberanza. La moglie, stanca di essere sempre l’adulta della coppia e l’unica a pensare alla stabilità della famiglia, gli chiede una pausa. Diego decide così di fingersi un’influencer digitale che lo aiuti a guadagnare molto denaro in poco tempo, così da poter riconquistare la fiducia della moglie e riabbracciare il loro bambino. Insomma un inizio che ci rimanda a Mrs. Doubtfire per certi versi. Ma è qui che si innesca il cortocircuito che fa crollare il film: Vera, la ragazza praticamente perfetta creata con l’IA, ottiene il suo successo grazie a contenuti erotici su una piattaforma stile Only Fans. Il film tenta quindi un’operazione di equilibrismo impossibile, mescolando i codici della family comedy (riconciliazione, affetto e buoni sentimenti) con un contesto indissolubilmente legato ai contenuti per adulti, con tutto ciò che comporta in termini di erotismo, monetizzazione del corpo ed esibizionismo digitale. Il risultato finale non può che essere uno stridio di registri: se nel classico con Robin Williams l’inganno era sorretto dall’amore paterno e da una genuina tenerezza, qui la scelta del contenuto sessuale digitale rompe ogni legame emotivo e lascia lo spettatore interdetto. E sì che lo spunto iniziale – sfruttare l’intelligenza artificiale per reinventarsi nel mondo egualmente “artificiale” degli influencer – è davvero attuale e avrebbe avuto un potenziale satirico notevole, rimasto purtroppo solo inespresso.
Se già risulta complesso entrare in sintonia con la storia, viste queste premesse, l’immedesimazione si fa ancora più ardua di fronte ad alcune derive grottesche, con situazioni talvolta così marcate e decontestualizzate da stonare rispetto al contesto. La ricerca della risata immediata – talvolta affidata a una comicità tipica di alcuni titoli degli anni ‘80/’90 – affonda qualsiasi spunto di riflessione e, soprattutto, banalizza la gravità delle azioni del protagonista. Se l’intento era quello di ammorbidire la complessità del racconto e, magari, fuggire dalle implicazioni etiche e morali che esso porta con sé, il risultato è un potpourri di elementi che finisce per far apparire superficiale l’opera intera.
Riccardo Galeazzi
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